ALESSITIMIA

Se, arrivati ad un certo punto della vostra vita, vi sorprendete a domandarvi perché le persone care intorno a voi si lamentano delle vostre “freddezze affettive”, se più di una volta la vostra compagna vi ha sinceramente accusato di scarsa emotività e voi stessi vi riconoscete una certa difficoltà a vivere pienamente certi sentimenti o certe emozioni, è probabile che siete affetti da alessitimia.
Il termine “alessitimia” fu coniato nel 1973 da
Sifneos il quale studiò per primo in maniera
sistematica questa particolare costellazione di
caratteristiche psicologiche. Essere affetto da
“alessitimia”
significa “un disturbo specifico nelle funzioni
affettive e simboliche”, spesso presente nei
pazienti psicosomatici.
Alessitimia deriva dal greco
“a”,
per mancanza,
“lexis”,
per parola e
“thymos”,
per emozione; letteralmente “mancanza di parole
per le emozioni”, ad indicare una sorta di
“analfabetismo emozionale”, una marcata
difficoltà nel riconoscere, esplorare ed
esprimere i propri vissuti interiori.
Oggi abbiamo un consenso in letteratura sulla
definizione di alessitimia, questa consiste in
-
difficoltà di identificare i sentimenti e di distinguerli dalle sensazioni somatiche;
-
difficoltà nel descrivere e comunicare emozioni e sentimenti alle altre persone;
-
processi immaginativi limitati;
-
stile cognitivo orientato esternamente.
Si tratterebbe quindi di un deficit “sia nel
dominio cognitivo-esperenziale dei sistemi di
risposta emotiva sia al livello della
regolazione interpersonale delle emozioni”
(Taylor, Bagby & Parker, 1997/2000, p.31).
Questi due aspetti salienti del costrutto devono
essere colti nel loro stretto collegamento:
essendo incapaci di identificare accuratamente e
di “dare un nome” ai propri sentimenti
soggettivi, le persone alessitimiche hanno
difficoltà a comunicare verbalmente agli altri
il proprio disagio emotivo e non riescono ad
usare le altre persone come fonti di conforto,
di tranquillità, di feedback, di aiuto nella
regolazione dello stress. La scarsità della vita
immaginativa limita inoltre la loro possibilità
di modulare l’ansia e le altre emozioni
negative, attraverso i ricordi, le fantasie, i
sogni ad occhi aperti, il gioco, ecc.
Tale incapacità nel verbalizzare le proprie
emozioni non va considerata quindi come una
difficoltà di tipo esclusivamente espressivo ma
come una vera e propria limitazione nella
possibilità di elaborare le emozioni e di
costruire un proprio mondo interno (Ricci Bitti
& Caterina, 2001).
Esistono relazioni e sovrapposizioni chiaramente
visibili tra l’Alessitimia e altri costrutti
quali l’ “Intelligenza Emotiva” di Goleman
(1995/1996) e l’ “Intelligenza intrapersonale”
di Gardner (1993).
Al contrario degli “alessitimici”, gli individui
“emotivamente intelligenti”, hanno una buona
autoconsapevolezza emotiva, sanno riconoscere
precocemente i segnali fisiologici che
accompagnano l’emozione, hanno capacità di
autointrospezione e autoregolazione.
Essi non tendono a reprimere i loro vissuti (che
continuerebbero comunque a produrre i loro
effetti), ma fanno il primo passo verso una
gestione adattiva e efficace delle emozioni
mediante un’attribuzione di significato a ciò
che gli accade, resa possibile dalla mediazione
operata dal linguaggio con cui definiamo quello
che proviamo.
Questa operazione è fondamentale perché dota di
senso l’esperienza emozionale, la arricchisce
con la “valutazione” cognitiva (ad esempio in
termini di novità, pericolosità, capacità di
farvi fronte, possibili risposte, relazione con
i propri valori e le norme sociali…), la collega
più saldamente con i propri vissuti e con la
storia soggettiva, e (non ultimo) apre la strada
alla comunicazione interpersonale.
Svariate ricerche hanno mostrato come la
comunicazione emotiva interpersonale abbia
benefiche ripercussioni sullo stato di salute
dell’individuo (ad esempio in presenza di lutti
e situazioni traumatiche) in quanto protegge
dagli “effetti a lungo termine” del disagio
emozionale; dando la possibilità di rivivere,
rievocare, condividere e quindi, in qualche modo,
“sistemare” le emozioni (Pennebaker & O’Herron,
1984; Rimé,1989; come citato in Ricci Bitti &
Caterina).
Altre caratteristiche si sono rivelate spesso
associate all’alessitimia, anche se non fanno
parte del nucleo centrale del costrutto, tra
queste: la tendenza al conformismo sociale, la
tendenza all’azione per la gestione delle
tensioni e dei conflitti, una certa povertà
nell’espressione facciale delle emozioni, la
difficoltà nel ricordare i sogni o materiale
onirico caratterizzato da pochi dettagli
visuo-immaginativi e scarsa bizzarria, la scarsa
capacità di empatizzare con gli stati emotivi
altrui.
“Bisogna sottolineare che l’alessitimia non è
concettualizzata come un fenomeno categoriale
(del tipo “tutto o niente”), ma come un
costrutto dimensionale (o tratto di personalità)
che è distribuito in modo normale nella
popolazione generale” (Taylor & al., p.31).
Oltre che come tratto di personalità
relativamente stabile, l’alessitimia può
emergere come fenomeno secondario, come stato
reattivo in conseguenza di gravi traumi o di
malattie fortemente invalidanti o in cui c’è
pericolo di vita (cancro, dialisi, trapianto);
in momenti particolarmente critici
dell’esistenza “l’anestesia emozionale” sembra
avere finalità adattive, rappresenterebbe cioè
un massiccio meccanismo di difesa verso la
propria realtà interiore fonte di sofferenza e
di grosso scompenso.
Misurazione dell’alessitimia
Fino a poco tempo fa, è stata ignorata la
necessità di provvedere ad una adeguata
validazione e misurazione del costrutto, “forse
a causa del fatto che esso trova origine in
osservazioni psicoanalitiche e la psicoanalisi è
un campo in cui la ricerca empirica è stata
relativamente trascurata” (Taylor & al., p.47).
Lo strumento attualmente più affidabile e più
ampiamente usato per la misurazione
dell’alessitimia è il
Toronto Alexithymia Scale a 20 items
(TAS-20).
Lo strumento, la cui revisione definitiva è del
1994 (Bagby, Parker & Taylor), è stato
psicometricamente ben validato e tradotto in
numerose lingue (tra cui l’italiano).
Si tratta di una scala self-report, cioè di
autovalutazione, che ha una struttura a 3
fattori, congruenti dal punto di vista teorico
con i principali aspetti del costrutto (aspetti
separati ma empiricamente e logicamente
collegati):
Alessitimia e psicopatologia
Ad oggi l’alessitimia è considerata come uno
dei possibili fattori di rischio per svariati
disturbi somatici e psichiatrici e, secondo
alcuni autori, molti disturbi potrebbero essere
riconcettualizzati come veri e propri disturbi
della regolazione degli affetti.
L’incapacità di elaborare le emozioni sembra
essere un fattore di predisposizione generale
alla malattia psicosomatica (mal di testa,
tensioni muscolari, disturbi gastrointestinali,
dolori articolari cronici, asma bronchiale,
malattie dermatologiche…) (Duddu, Isaac &
Chaturvedi, 2003). Gli alessitimitici sembrano
più facilmente soggetti a sintomi somatici
funzionali, a lamento somatico senza spiegazione
medica, a preoccupazioni ipocondriache.
Negli alessitimici, le emozioni, non
“trasformate” dalle rappresentazioni mentali
simboliche e dall’espressione verbale,
verrebbero ad essere frequentemente scaricate
lungo i percorsi autonomici. In risposta allo
stress e a stati di ansia si verificherebbe con
facilità in questi soggetti, uno “scollamento
della componente fisiologica dell’attivazione
emotiva dal sentimento soggettivo” e
dall’elaborazione cognitiva dell’esperienza
(Taylor & al., p.67).
Lo stile cognitivo “orientato all’esterno”, cioè
la focalizzazione dell’attenzione sull’esterno
piuttosto che sulla vita interiore, può portare
a amplificare e fraintendere le sensazioni
somatiche, scatenando ansia e preoccupazioni
ipocondriache.
I problemi di questi pazienti si prestano quindi
ad essere letti in maniera diversa rispetto alla
concezione freudiana classica, secondo cui il
sintomo somatico sarebbe la difesa da un
conflitto inconscio irrisolto, e la sua
rappresentazione simbolica a livello corporeo,
attraverso il meccanismo della conversione.
Attualmente la difettosa elaborazione emotiva e
la carente retroazione regolatoria sulle stesse,
sono considerate tra i fattori che possono
causare una disregolazione di altri sistemi
biologici (es. sistema endocrino e sistema
immunitario) e creare le condizioni per lo
sviluppo di una vera e propria malattia fisica.
I risultati di diversi studi hanno cioè
cominciato a far pensare che, anche se mancano
specifiche relazioni eziologiche, l’alessitimia
potrebbe essere correlata con una varietà di
disturbi e malattie somatiche (coronaropatie,
ipertensione, diabete mellito, malattie
infiammatorie dell’intestino, cancro, disturbi
fisiologici funzionali…), oltre che con le
malattie tradizionalmente riconosciute come “psicosomatiche”.
Nel corso degli ultimi decenni anche
l’associazione tra alessitimia e i disturbi del
comportamento alimentare è stata esplorata e
confermata da svariati studi empirici (Eizaguirre
& al., 2004).
In particolare è stato trovato (Leon et al.
1995; come citato in Davison e Neale, 2000) che
tra i fattori dell’Eating Disorder Inventory
(EDI), quello più rilevante per la previsione di
rischio per i disturbi dell’alimentazione sembra
essere la misurazione della “consapevolezza
interocettiva, cioè la capacità degli individui
di distinguere diversi stati biologici del loro
corpo” (Davison & Neale, p.221), rilevata con
items quali:
“Mi sento confuso e non so quale emozione sto
provando”; “Non so cosa sta capitando dentro di
me”; “Mi sento confuso e non so se ho fame
oppure no”.
La marcata “confusione” interocettiva rilevabile
nei soggetti con disturbi alimentari, conferma
che la difficoltà nel riconoscere e nel
rispondere adeguatamente agli stati emotivi e a
certe sensazioni viscerali rappresenta un
deficit centrale in questi pazienti. Le crisi di
iperalimentazione, il vomitare, il purgarsi,
l’esercizio estremo (o altri comportamenti
spesso associati alla bulimia, quali la
cleptomania, l’abuso di sostanze, la promiscuità
sessuale) servono loro a soffocare le sensazioni
di vuoto e gli stati di umore disforici,
esperiti come fluttuanti e indefiniti o come
sconcertanti e ingestibili.
Anche le sottoscale dell’EDI Sfiducia interpersonale e Inefficacia, appaiono in parte legate al costrutto dell’alessitimia; in quanto colgono altri aspetti del problema della regolazione affettiva, rispettivamente: la riluttanza a formare relazioni intime e a comunicare i propri sentimenti agli altri, e la difficoltà esperita nel rispondere adeguatamente alle proprie sensazioni emotive e ad altri aspetti dell’esperienza di sé.
Anche le sottoscale dell’EDI Sfiducia interpersonale e Inefficacia, appaiono in parte legate al costrutto dell’alessitimia; in quanto colgono altri aspetti del problema della regolazione affettiva, rispettivamente: la riluttanza a formare relazioni intime e a comunicare i propri sentimenti agli altri, e la difficoltà esperita nel rispondere adeguatamente alle proprie sensazioni emotive e ad altri aspetti dell’esperienza di sé.
Anche nelle persone con disturbi da abuso
di sostanze si osservano massicci problemi di
disregolazione affettiva e alessitimia (Handelsman
& al., 2000). Le persone dipendenti da alcool o
droghe sperimentano di frequente depressione,
rabbia, irritabilità, un “miscuglio confuso di
stati affettivi dolorosi”; tanto che è stata
avanzata “l’ipotesi dell’autoterapia”
(Khantzian,1985), cioè dell’uso delle sostanze
psicoattive per alleviare e gestire gli stati
affettivi spiacevoli e la propria confusione
emotiva (con una scelta non casuale della
sostanza, a seconda delle sensazioni emotive
dominanti).
L’alessitimia e i problemi di regolazione
affettiva (vedi ad esempio i pazienti con
caratteristiche borderline di personalità)
sembrano essere tra i più importanti fattori che
diminuiscono l’efficacia delle terapie
psicodinamiche e tra le principali cause di
drop-out e di ricadute dei pazienti (Taylor &
al.).
Con i pazienti gravemente alessitimici “sono
caratteristici alcuni elementi controtrasferali:
il terapeuta prova spesso un senso di
frustrazione, noia e appiattimento emotivo,
quali sentimenti indotti dal paziente con i suoi
resoconti meticolosi e dettagliati, ma
emotivamente del tutto inconsistenti” (Cantelmi
& Sarto, 1999, p. 43).
Date le difficoltà centrali del funzionamento
alessitimico, una terapia classica basata
sull’introspezione e sull’interpretazione dei
sintomi rischia di essere inefficace o persino
dannosa (può portare allo stallo della terapia,
all’iperinvestigazione e all’esasperazione dei
sintomi somatici, a rinforzare il senso di non
comprensione di sè…) (Taylor & al; Bruch, 1962,
1973, come citato in Taylor & al.).
Dovranno essere identificate delle strategie
terapeutiche alternative che favoriscano il
riconoscimento, la denominazione e la gestione
degli affetti, all’interno di una relazione
caratterizzata dal “contenimento” (Bion) e dalla
disponibilità empatica dello psicoterapeuta.
La letteratura sembra indirizzare verso terapie
di supporto, terapie a orientamento cognitivo o
a forme modificate di terapia psicodinamica (Cantelmi
& Sarto; Taylor & al.).
Soprattutto nelle prime fasi della terapia dovrà
essere dato molto spazio all’educazione emotiva,
così che i pazienti imparino gradualmente a
sostituire parole (che descrivano i loro stati
interni) alle azioni disadattive, come
l’ingestione di una droga o di cibo, o ai
sintomi fisici. Solamente imparando a
desomatizzare e differenziare le proprie
emozioni e ad esternarle per mezzo del
linguaggio, il paziente comincerà a conoscere e
“mentalizzare” il proprio mondo interno, a dare
senso alla propria storia, ad integrare le
esperienze vissute in un quadro significativo.
Per aumentare la consapevolezza delle proprie
sensazioni corporee e del legame tra queste, gli
eventi ambientali e le proprie capacità di
autoregolazione può essere utile anche l’uso di
tecniche di rilassamento, il training autogeno e
il biofeedback.
Molti casi si sono però rivelati “impermeabili”
anche a questi tentativi di ricostruzione dello
stile affettivo.
Nel caso di pazienti con disturbi di tipo
psicosomatico, sarà necessaria “una cauta ma
progressiva riformulazione del problema
presentato, evitando atteggiamenti di
contrapposizione, volta ad allargare il contesto,
inizialmente ristretto dal paziente stesso al
disagio fisico” (Cantelmi & Sarto, p.47).
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