DCA Disturbi della Condotta Alimentare




 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il cibo è un importante indicatore dello stile di vita di una popolazione, delle sue tradizioni, dei suoi costumi e dei suoi valori: la moda, la cultura, gli orientamenti valoriali e filosofici di un determinato periodo storico vengono riportati anche sulla tavola.

I Disturbi del Comportamento Alimentare sembrano avere origini molto lontane: alcuni studiosi moderni sono propensi ad interpretare retrospettivamente molti casi di “sante ascetiche” o di “padri del deserto” come antesignani delle moderne forme di anoressia restrittiva (Vandereyken, van Deth, 1994). Come accade anche oggi di fronte alle anoressiche, gli asceti medievali avevano il potere di stimolare l’immaginazione della gente, proprio perché disdegnavano il bene prezioso e raro del cibo in un periodo storico in cui la scarsezza per guerre, carestie, epidemie era all’ordine del giorno. Dalla fine dell’Ottocento, con l’avvento della rivoluzione industriale, anche la tavola ha cominciato a mutare il suo significato: da un’accentuazione sullo spirito della convivialità si è delineata sempre di più la tendenza all’individualismo e contemporaneamente entra in crisi il retaggio medievale della “cultura dell’abbuffata”. In tempi di drammatica povertà grasso era sinonimo di bello perché segno di ricchezza e benessere, ma con la rivoluzione industriale dilaga il nuovo modello della magrezza che dagli anni ‘60-70 inizia a propagarsi sempre di più (basti ricordare l’inquietante magrezza della modella Twiggy). Contemporaneamente si è assistito ad una diffusione esponenziale del fenomeno anoressia tra le giovani donne delle classi medie dei paesi sviluppati. Tale epidemia, nella storia sociale del disagio, è paragonabile soltanto alla diffusione del fenomeno isteria degli anni Settanta del secolo precedente. Sarebbe sbagliato dare tutta la colpa alla moda: una ragazza non diventa anoressica o bulimica solo perché ha visto una o cento modelle anoressiche; allo stesso tempo non bisogna però trascurare la reciproca influenza tra mezzi di comunicazione e massa (soprattutto gli adolescenti). Dopotutto se le modelle anoressiche hanno successo e si impongono come


 

modello è anche perché interpretano e incarnano le tendenze profonde di una società.

Molti autori hanno cercato di dare una spiegazione al dilagare dei DCA nelle società occidentali proponendo diversi modelli che considerano, di volta in volta, possibili fattori che più di altri potrebbe favorire l’insorgere della patologia, come per esempio quelli socio-culturali (Garfinkel, Garner, 1982). Altri pongono l’accento sulla distorsione dell’immagine corporea (Merleau-Ponty, 1942; Jeammet, 1980; Recalcati, 1993 Lavanchy, 1994; Leccardi, 1997; Salvo, Giudiceandrea, 2000), sulle inadeguate dinamiche familiari (Bruch, 1973, 1998; Selvini Palazzoli, 1963, 1981, 1988), su determinate caratteristiche psicologiche tipiche del soggetto anoressico o bulimico, come per esempio il perfezionismo (Burns, 1993 in Cuzzolaro, 1994), la paura della maturità, il senso di inadeguatezza, la vergogna (Pazzaglia, Pini, Valtancoli, 1993), il bisogno di controllo (Bruch, 1973, 1998) e così via. Sarebbe perciò un modello multifattoriale quello più idoneo a spiegare le dinamiche che portano ad intraprendere la strada del Disturbo Alimentare.

Ogni autore ha proposto la propria teoria; il primo riferimento all’Anoressia Nervosa in ambito psicoanalitico risale al 1892 con Breuer e Freud, che la descrivono come una situazione di vomito cronico con rifiuto di cibo, attribuibile a fattori psichici, in cui il comportamento patologico è visto come un sintomo di conversione la cui genesi è determinata da una fissazione dell’erotismo orale e dalla conseguente sessualizzazione delle funzioni alimentari. Attualmente i diversi approcci più accreditati sono quello sistemico (Onnis, 1988: enfatizza l’influenza del sistema familiare), psicobiologico (Crisp, 1980 in Taylor et al, 1997: la patologia rappresenterebbe la paura per l’età adulta e l’emaciazione è una situazione di regressione psicobiologica dovuta a tale paura, che permette così di tornare ad uno stato ormonale ed esperienziale di tipo infantile), cognitivista (Liotti, 1988: nelle persone con DCA opera uno schema interpersonale connesso ad una rappresentazione dell’altro come inaffidabile e/o minaccioso che quindi non comprenderà l’espressione del proprio mondo interiore), psicosomatico (Taylor et al, 1997: le anoressiche hanno difficoltà nell’interpretare cognitivamente gli stimoli derivanti dal loro corpo ed esperiscono le proprie emozioni in maniera sconcertante e sono spesso incapaci di esprimerle).

Naturalmente questa varietà di approcci teorici si traduce in altrettanti approcci terapeutici, tra cui quello individuale psicodinamico, quello cognitivo-comportamentale, di gruppo, famigliare e altri ancora. Bisogna però non sottovalutare l’esigenza di un approccio che tenga in debita considerazione anche gli aspetti fisici conseguenti ad una inanizione protratta, che non di rado richiede il ricovero ospedaliero.

Le patologie del comportamento alimentare sono “femminili” per antonomasia, ma oggi il problema interessa sempre più uomini (Vandereyken, Van der Broucke, 1984; Margo, 1987; Schneider, Agras, 1987; Di Domenico, Andersen, 1988; Hergoz, Bradburn, Newman, 1990; Andersen, 1990), delineando anche situazioni particolari come la Reverse Anorexia (Antonini, 2001), cioè "anoressia al contrario": è caratterizzata da un disturbo dell’immagine corporea in cui il soggetto, nonostante lo sviluppo muscolare raggiunto, con allenamenti quasi compulsivi e diete iperproteiche (spesso con abuso di anabolizzanti steroidei), continua a vedersi perennemente e drasticamente gracile.

Altre situazioni particolari in cui i DCA si manifestano con un’incidenza preoccupante sono l’infanzia (Bryant-Waugh, Lask, 2000; Salvo, Giudiceandrea, 2000), certi sport in cui è enfatizzata la magrezza come fattore facilitante il raggiungimento di performance migliori come la ginnastica artistica e il pattinaggio (Dalle Grave, 1996; Lopiano, Zotos, 1992), quadri clinici di diabete tipo I (insulino-dipendente) (Dalle Grave, 1996; Peveler, Fairburn, 1991), situazioni di dipendenza da sostanze (Dalle Grave, 1996).