Ansia Attacchi di panico

Ansia Fobia sociale Panico

La storia di Corinne

Corinne mi telefonò per chiedermi spiegazioni circa il suo disturbo. Aveva fatto il numero dell’Unità Operativa di Salute Mentale e sperava di trovare qualcuno in grado di aiutarla perché erano oramai due anni che non usciva più di casa.
Corinne soffriva di un disturbo molto comune ai giorni nostri che si presenta in adolescenza o al massimo intorno ai 25 -30 anni in forme che anticipano il più acuto disturbo di fobia sociale. A volte compare anche nell’infanzia-preadolescenza (10-12 anni) nelle forme di paura di lasciare casa, paura di una malattia o paura che possa accadere qualcosa ai genitori. Spesso si manifesta come un vago disagio e la sensazione che qualcosa di grave e di pericoloso possa succedere da un momento all’altro e una difficoltà a concentrarsi sui compiti.
Corinne aveva incominciato così. Adesso ha 46 anni ma i primi disturbi iniziarono circa 20 anni prima in forme diverse. All’inizio c’era un vago senso di paura e timore del giudizio degli altri, un amore andato male, poi iniziò a stare meglio quando si isolava dal mondo, successivamente il medico le prescrisse ansiolitici. Stava meglio ma a poco a poco gli effetti erano sempre più blandi. Fino a quando dovette prendere forti dosi di medicina. Un giorno, inaspettatamente, si sentì mancare l’aria, il respiro si fece affannoso e comparve una forte costrizione al petto. In quel momento le sembrò di stare per morire e nessuno le poteva venire in aiuto. Al pronto soccorso le spiegarono che quello era stato il suo primo attacco di panico. Da allora il timore aumentò e lei si fece più guardinga, sospettosa e più impaurita. Corinne lasciò il lavoro di restauratrice qualche anno prima. Ogni volta che doveva andare da qualche parte si faceva accompagnare da un collaboratore del padre o un familiare. Adesso nemmeno l’accompagnamento era sufficiente. Corinne non riusciva a scendere le scale della sua abitazione e varcare l’uscio del palazzo.
Vive con i genitori anziani i quali sono veramente ancora arrabbiati con lei e la giudicano una incapace e una persona senza volontà. Corinne al telefono controllava la sua tensione, parlava in modo fluente e calmo ma faceva fatica a nascondere la sua preoccupazione e l’angoscia. Quando le dissi che sarei andato un paio di volte a trovarla ne fu entusiasta. Casa sua era un palazzo antico al centro della città arredato in modo sobrio. La mamma mi aprì la porta e ringraziandomi in continuazione mi raccontava, lungo il corridoio che portava al soggiorno, la storia ingrata di quella figlia sfortunata. Corinne si era appena alzata dal letto e usciva dal bagno appena pettinata, in vestaglia, senza un ombra di trucco sulla faccia pallida, con una espressione vagamente sorpresa, appena sorridente ma immediatamente seduttiva. Nonostante fosse una bella giornata di giugno la grande stanza stava in penombra, le finestre chiuse per il rumore della strada che arrivava forte fino al quarto piano. Pallida, quasi cerulea, Corinne iniziò a raccontarmi la sua storia e il rapporto con la sua malattia. Iniziò subito lamentandosi dell’incomprensione della madre e del padre per poi raccontare di un uomo sposato che veniva da Roma per incontrarla da qualche anno. E poi della sua prima storia d’amore. Corinne non nominava mai la parola amore o storia d’amore. In effetti non aveva mai avuto un amore e, da quello che compresi, nemmeno lei aveva mai veramente amato. Quello che mi sorprendeva della donna fu che nei toni non c’era mai un trasporto emotivo, un impeto o perlomeno una tonalità emotiva. Il suo racconto era espresso con una piattezza non solo nei toni ma anche nelle parole che sceglieva. Tutto mi sembrava così scialbo e vago. Poi pensai che sarebbe potuto essere un effetto dei farmaci di cui la signora era piena. La sua giornata si trascinava tra il letto, la cucina e il bagno; non leggeva, non era in grado nemmeno di seguire un programma televisivo o un film. Il suo era un mondo veramente triste. La seconda visita fu all’insegna del fare. Visto che non potevo continuare a fare psicoterapia a casa cercai di insegnare a Corinne un metodo per rilassarsi. In modo che se lei lo avesse applicato per almeno dieci volte al giorno per 10 minuti alla volta ne avrebbe avuto un sicuro beneficio. Avrebbe potuto, ad esempio, incominciare a leggere due pagine per volta il suo romanzo preferito e poi tre, quattro, cinque pagine alla volta. Allora incominciai con l’induzione più blanda in quanto non era in grado di visualizzare ad un livello appena sufficiente. L’esercizio durò una intera ora ma volevo essere sicuro che lei potesse ripetere da sola gli esercizi di rilassamento memorizzando la mia voce e rievocandola più e più volte. Mi telefonò circa un mese dopo per dirmi che si era recata dal tabaccaio fuori casa senza accompagnamento, che quell’uomo di Roma la trovava più affascinante perché da qualche tempo si curava un po’ di più e che aveva finito per la seconda volta di leggere il suo romanzo preferito. Ricordava con piacere la mia voce.
Corinne, finita la sua storia con il signore di Roma, ha ripreso a vivere come prima.