
AUTOSTIMA
autostima” è l'idea che ognuno ha di sé
In termini molto pratici, è il voto che ci si dà. Poiché è un concetto soggettivo, ecco che dal di fuori il giudizio dato dal singolo su sé stesso che noi percepiamo può essere del tutto diverso da quello che oggettivamente pensiamo essere corretto.
Come fenomeno intrapsichico, il giudizio di autostima è un sentimento associato all'osservazione delle proprie caratteristiche, e che può andare dall'assoluto apprezzamento all'assoluto disprezzo.
Uno studio su gemelli con lo stesso patrimonio genetico e con un patrimonio genetico diverso sembrava dimostrare una certa influenza genetica. Ma non solo.
Nel [[2001]] una ricerca di [[Nicholas Emler]], docente di psicologia alla [[London School of Economics]], rivelava che l'autostima era correlata anche all'atteggiamento di accettazione e di interesse dei genitori nei confronti del figlio durante l'infanzia.
Che i maggiori responsabili della scarsa autostima erano percosse e abusi sessuali. Che successivamente però, nell'arco della vita, l'autostima è influenzata da successi e fallimenti personali.
COME SI CREA UN'OTTIMA AUTOSTIMA
L'autostima può venire dal dentro di sé o dal fuori di sé.
L'autostima da successo
Oggi purtroppo si tende a farla provenire dal fuori di sé, attraverso la chimera del successo, visto sotto le sue innumerevoli forme: ricchezza, carriera, prestigio, vittoria ecc.
Si vale se si ottiene qualcosa nel campo in cui si opera o si vive. Niente di più assurdo perché in tal modo si demanda la propria felicità a un risultato, spesso nemmeno del tutto dipendente da noi (condizioni facilitanti, fortuna ecc.). Tale risultato è sovente talmente materiale da fare a pugni con un concetto così spirituale come la felicità.
Questo meccanismo può portare a qualche risultato, ma se leggete la definizione di autostima ne capirete i limiti: posso avere una bassa autostima perché ho poca fiducia in me stesso, quindi "mi do un voto basso". Se alzo la fiducia aumenta anche l'autostima, ma ciò è completamente scorrelato con il mondo esterno e può provocare danni più che apportare vantaggi.

Per realizzare la propria autostima occorre lavorare su 4 punti.
1) Il tuo valore è indipendente da ciò che gli altri pensano di te.
Ho avuto modo di conoscere quanto vuoto possa essere il mondo dello spettacolo; fuori dagli studi televisivi un sacco di ragazzine tentano l'approccio con agenti più o meno dubbi per "andare in televisione" pronte a esaltarsi se qualcuno dice loro "brava" e a deprimersi se sono scartate. Chi rincorre il successo e pensa di esistere solo se diventa famoso, in realtà non esiste, non brillando di luce propria. È come la luna: bellissima da lontano perché la illumina il sole, ma deserta e spettrale vista da vicino. Il punto 1) è quello che ci permette di affrontare un esame in tranquillità o di dichiararci alla persona che amiamo.
2) Non ritenersi meno importante di un’altra persona.
Questo concetto è importantissimo. Ognuno di noi ha la propria dignità e non la si può perdere rimpicciolendo la propria identità di fronte a quella di un'altra persona. Si può stimare, ma non adorare o temere. Troppe persone si annullano di fronte a un superiore o presunto tale; ricchezza, nobiltà, gerarchia, successo: nulla di tutto ciò può giustificare il sentirsi in inferiorità di fronte a qualcuno, chiunque esso sia.
Vi sentite in soggezione di fronte a un superiore? non sapete rispondere con calma e pacatamente alle sue assurde pretese ? vi sentite emozionati di fronte a un potente? Se è così, vi ritenete meno importanti di lui e la vostra autostima è carente.

3) Non ritenersi più importante di un'altra
persona.
Il concetto di autostima non ha nulla a che fare
con la superba supervalutazione della propria
personalità. Chi si crede importante (la
classica frase: "Lei non sa chi sono io!") in
realtà non ha stima di sé in quanto il più delle
volte si rende ridicolo o, nel caso dei potenti
o presunti tali, si rende antipatico o odioso.
Nessuno può impormi un segno di stima nei suoi
confronti, chiunque esso sia. Chi pensa di avere
anche il più piccolo privilegio per la posizione
sociale raggiunta, per il successo ottenuto, per
il grado gerarchico in cui si trova ecc. non ha
una vera stima di sé; infatti se ragiona in
questo modo si riterrà inferiore rispetto a chi
sta sopra di lui.
4) Non esigenza di dimostrare di valere.
Un mediocre giocatore di scacchi quando perde è
solito accampare scuse come cali di
concentrazione, varianti sfortunate o altro,
mentre quando vince si autocompiace delle sue
splendide partite e se ne vanta con chiunque
incontri: non considera mai nemmeno lontanamente
il fatto che quel giorno era l'avversario a
essere poco concentrato! Uno sportivo pratica il
suo sport non perché lo ama, ma perché gli
consente di emergere in un gruppo di persone,
gruppo all'interno del quale ha le sue vittime
che deride pesantemente ogni volta che riesce a
batterle. Un adolescente sfida un coetaneo in
una prova di coraggio e, se lo sfidato rifiuta (perché
più furbo), lo deride dandogli del codardo.
Chi vale veramente non ha bisogno di ostentare il proprio valore.
L'autostima da valori esistenziali
Oggi il Well-being ha trovato un fattore comune fra tutte le persone che sono felici: la presenza di oggetti d’amore. Questi diventano i valori esistenziali su cui si deve basare l'autostima. Non tanto sul successo, non tanto sui valori morali, ma sui valori esistenziali, cioè sugli oggetti d'amore.
COME RINFORZARE LA PROPRIA

".....Tutti
abbiamo vissuto l'esperienza di essere
lanciatissimi,la sensazione di non poter
sbagliare, di trovarci in un momento in cui
tutto sembra andare a gonfie vele! Sicuramente
abbiamo sperimentato anche l'esperienza di segno
opposto, una giornata in cui tutto è andato
storto, in cui abbiamo combinato pasticci con
cose che di solito facciamo con la massima
facilità, in cui ogni nostra iniziativa è
risultata sbagliata, qualsiasi tentativo finito
nel nulla. Dov'è la differenza? Siamo le stesse
persone, no? E dunque, dovremmo poter disporre
sempre delle stesse risorse. E allora, come si
spiega che una volta produciamo risultati
desolanti e, un'altra volta stupefacenti?
La differenza
va cercata nella condizione psicologica in cui
ci si trova.
Ci sono stati
d'animo (amore, fiducia in se stessi, forza
interiore, gioia, estasi, fede ...) che ci
motivano e che ci spingono all'azione e ci sono
stati d'animo paralizzanti (confusione,
depressione, paura, ansia, tristezza,
frustrazione)
che ci
rendono
impotenti.
Il nostro
comportamento è il risultato dello stato d'animo
in cui ci troviamo.
Facciamo sempre
quanto di meglio possiamo con le risorse a
nostra disposizione, ma a volte ci troviamo
nello stato di chi è privo di risorse. Ma se
potessimo, con uno schiocco di dita, metterci
nello stato d'animo più dinamico, più ricco di
risorse, in cui si è certi del proprio successo,
in cui l'organismo sprizza energia e la mente è
sveglia?
Bene, questo è
possibile!

La chiave per farlo e per produrre i risultati a cui si aspira consiste nell'apprendere a dirigere e gestire i propri stati d'animo. Due sono le principali componenti di uno stato d'animo. La prima è costituita dalle nostre rappresentazioni interne, cioè le cose che immaginiamo, diciamo, sentiamo nel nostro intimo, le cosiddette "comunicazioni interne", come interpretiamo (raffiguriamo mentalmente) i fatti che ci accadono. La seconda è data dalle condizioni e dall'uso della nostra fisiologia, ossia la nostra tensione muscolare, ciò che mangiamo, il nostro modo di respirare, il livello generale delle nostre funzioni biochimiche.
Rappresentazione interna e fisiologia cooperano
in un'azione cibernetica.
Qualsiasi cosa influisca sull'una, influirà
sull'altra.
Accade così che
i cambiamenti di stati d'animo implichino
cambiamenti di rappresentazioni interne e della
fisiologia.
Pensaci: quando ti senti fisicamente vibrante e ben vivo, non percepisci forse il mondo in maniera diversa da quando stai male o sei sfinito?
Rappresentazione interna e fisiologia interagiscono continuamente tra loro, creando lo stato d'animo nel quale ci si trova; questo a sua volta determina il tipo di comportamento. Sicchè, per controllare e dirigere i comportamenti, dobbiamo controllare e dirigere i nostri stati d'animo; e per controllare questi ultimi, dobbiamo controllare e consciamente dirigere le nostre rappresentazioni interne e la nostra fisiologia.
La persona media non si rende conto della misura in cui le proprie capacità e potenzialità sono state apprese attraverso il condizionamento esperienziale del comportamento del corpo cioè, tramite le esperienze che ha vissuto.
Prendiamo ad esempio l’esperienza di dolore.
Per la maggior parte delle persone il dolore è una sensazione immediata, soggettiva, che capta tutta l’attenzione, un’esperienza assolutamente penosa che, al meglio delle convinzioni e dei modi di vedere di chi ne è vittima, è totalmente incontrollabile. E tuttavia a seguito degli eventi esperienziali della nostra vita , noi tutti abbiamo immagazzinato nel nostro corpo certi apprendimenti, associati a condizionamenti di natura psicologica, fisiologica e neurologica che ci rendono possibile controllare e persino eliminare il dolore.
Basta riflettere a situazioni molto cruciali di tensione e angoscia per rendersi conto che il dolore più grave svanisce quando la consapevolezza di chi ne è vittima è costretta a concentrarsi su qualche altra cosa da altri stimoli di natura più intensa o minacciosa.
Come esempio tratto dalla vita di ogni giorno, si può pensare alla madre affetta da un dolore estremamente grave, tanto da essere tutta presa da questa sensazione. E tuttavia essa la dimentica senza sforzo e senza intenzione quando improvvisamente vede suo figlio pericolosamente minacciato o gravemente ferito. Si può pensare a quei soldati, colpiti in modo grave, che non si accorgono di essere feriti se non ore dopo la fine della battaglia. Ci sono moltissimi altri esempi di questo tipo, che sono comuni nella pratica medica.
Il dolore svanisce anche in quelle situazione della vita di ogni giorno nelle quali la sensazione dolorosa è sottratta alla consapevolezza da stimoli molto forti di altra natura. Gli esempi più comuni sono il mal di denti che dimentichiamo mentre ci rechiamo dal dentista e il mal di testa che svanisce mentre al cinema seguiamo una vicenda piena di suspance. Attraverso esperienze di questo tipo che avvengono nel corso della nostra vita, siano esse di importanza più o meno grande, il corpo impara una gran varietà di associazioni e condizionamenti inconsci di natura psicologica, emozionale, neurologica e fisiologica. Questi apprendimenti inconsci, ripetutamente rinforzati da ulteriori esperienze di vita, costituiscono la fonte di queste potenzialità che possono essere utilizzate in ipnosi per controllare intenzionalmente il dolore e senza ricorrere ai farmaci.
Per poter impiegare l’ipnosi nel trattamento del dolore , è necessario considerare il dolore nel modo più analitico possibile. Il dolore non è uno stimolo nocivo semplice , scevro di complicazioni. Al contrario, ha molti significati legati al fattore tempo, psicologici e somatici. E’ una forza propulsiva , motivante nelle esperienza della vita. Costituisce la ragione principale dell’andare alla ricerca di un medico o di un dentista. Il dolore è un complesso, un costrutto psicologico, formato dal dolore passato che viene ricordato, dal dolore attuale, e dall’anticipazione del dolore futuro. Dunque il dolore presente è aumentato dal dolore passato, e accresciuto dalle possibilità di dolore futuro. Lo stimolo doloroso immediato allora non è che un terzo dell’esperienza complessiva di dolore.
La stima di sé può essere modificata allo stesso modo in cui può modificarsi la sensazione di dolore: per controllare e dirigere i comportamenti, dobbiamo controllare e dirigere i nostri stati d'animo; e per controllare questi ultimi, dobbiamo controllare e consciamente dirigere le nostre rappresentazioni interne e la nostra fisiologia.
Ciascuno può rendersi conto della misura in cui le proprie capacità e potenzialità sono state apprese attraverso il condizionamento esperienziale. Facendo ricorso agli apprendimenti esperienziali positivi è possibile ricondurre la persona ad una immagine di sé perfettamente consapevole del proprio valore.
Gli obiettivi che ci proponiamo sono

Incominciamo a guardare i nostri “punti di forza”
per rovesciare la prospettiva:
-
Affrontare e non scappare
-
Imparare a dire “no”
-
“Andare verso” e non “andare contro”
-
Gestire la rabbia
-
“Adesso” e non “poi”
-
Fiducia opposta a sfiducia
-
Pensieri ed emozioni senza incongruenza
-
Incominciamo a pensare più ai “voglio” che ai “devo”
Per arrivare a tali risultati ci proponiamo di organizzare lo scambio libero di esperienze personali all’interno del gruppo; il confronto e la riflessione su tali esperienze con il supporto e la direzione dello psicologo.
Nel
contesto gruppale si solleciteranno e si
faciliteranno alcune consapevolezze attraverso
apprendimenti individuali.















