Metodi per tirarsi su

Fonti di stress e strategie di coping



 

 

 

Il livello di qualità della vita è indubbiamente connesso al grado di stress cui la persona è sottoposta. Nella società contemporanea esistono innumerevoli agenti stressogeni (ritmi di vita frenetici, caos nelle grandi città, inquinamento, ecc.).

Tuttavia, lo stress di per sé è un evento fisiologico, indicando la reazione dell’organismo di fronte a qualsiasi cambiamento in atto. In questo senso, può essere stressante qualsiasi mutamento nel proprio ambiente di vita, a prescindere dal valore positivo o negativo.

Così, ad esempio, molte ricerche ormai concordano sul fatto che avvenimenti, indubbiamente piacevoli e ricercati dalle persone stesse (le vacanze, il matrimonio, il cambiamento di abitazione o anche una promozione nel lavoro), sono fonte di livelli di stress non trascurabili. Le reazioni di stress indicano che ci stiamo confrontando coi cambiamenti in atto e stiamo cercando un nuovo equilibrio ed un nuovo adattamento. Queste reazioni vengono mediate da una serie di meccanismi neurofisiologici ed ormonali, comuni non solo a tutti gli uomini, ma anche alle specie animali, come insegnano molti studi etologici. In quali occasioni lo stress perde la sua valenza di predisposizione all’azione, configurandosi invece come evento patogenetico?

Quando la persona percepisce di non avere le risorse per affrontare e gestire il cambiamento in atto. E’ ormai comprovata, infatti, l’esistenza di un forte rapporto bidirezionale tra stress e malattia. Da un lato, alti e continui livelli di stress possono aumentare l’incidenza di vari tipi di malattia (cardiache, tumorali, ecc.) attraverso due meccanismi principali. In primo luogo, la situazione di stress altera il normale equilibrio omeostatico, inducendo un cattivo funzionamento organico, fino all’insorgenza della malattia. In secondo luogo, la persona può fronteggiare situazioni di stress assumendo comportamenti inadeguati (alcool, fumo, ecc.) che vanno a compromettere lo stato di salute. Dall’altro lato, la malattia stessa può essere fonte di stress ragguardevole. Vari tipi di disabilità, infatti, in special modo quelle croniche, limitano fortemente lo stato di autonomia, le possibilità d’azione e le relazioni sociali della persona. L’individuo cercherà di reagire a questa situazione inabilitante mobilitando le risorse di cui dispone. Nel momento in cui queste si esauriscono, il soggetto si troverà di fronte una situazione non più gestibile, ma che dovrà subire passivamente.

Così, tra stress e disabilità si può creare un circolo vizioso, spesso difficile da rompere. Lo stress assume quindi una valenza patogenetica quando la persona ritiene di non avere un controllo sull’agente stressogeno: vi è, cioè, una percezione di minaccia non fronteggiabile con le proprie risorse.

Questa formulazione del concetto di stress ne richiama immediatamente uno correlato, quello cioè di coping. Con questo termine si intende far riferimento a quell’insieme di abilità utili ad affrontare ed a gestire in modo adeguato i molteplici cambiamenti, che si verificano nel proprio ambiente di vita. Partendo dall’assunto che non è possibile eliminare tutte le innumerevoli fonti di stress, obiettivo di molti interventi di prevenzione è quello di trasferire alle persone una serie di abilità di coping, grazie alle quali poter fronteggiare gli eventi stressogeni e minimizzarne gli effetti nocivi sulla salute. Questo tipo di interventi si è rivelato produttivo in molte patologie invalidanti e croniche. Nel caso di persone con handicap fisico e/o mentale, non si deve trascurare neanche lo stress cui sono sottoposti i familiari, che devono mobilitare molte risorse materiali e psichiche per gestire questa situazione problematica.

E’ ovvio, infatti, attendersi che le risorse a disposizione dei genitori finiscano con l’esaurirsi. Allora si porrà la necessità di trasferire ad essi le abilità necessarie.

Ma quali sono le strategie di coping più utilizzate per affrontare lo stress? Tra le molte, ne possiamo ricordare alcune principali:

a.              distrazione, ossia l’impegnarsi in attività piacevoli per distrarsi dalla situazione negativa;

b.              azione diretta, per cercare di risolvere il problema;

c.              ridefinizione della situazione, cercando di modificare a livello cognitivo la visione del problema, in modo da ridimensionare gli aspetti negativi. Spesso, infatti, le conseguenze emotive intense derivanti da una situazione di stress sono dovute ad ‘errori cognitivi’, per cui si tende ad esagerare ed a generalizzare gli elementi negativi di una situazione.

Ma la strategia su cui si è più centrata l’attenzione è il supporto sociale: è ormai generalmente riconosciuto il fatto che disporre di una rete di rapporti familiari e sociali gratificanti è uno strumento eccellente per prevenire le conseguenze negative di situazioni di stress.

L’importanza del supporto sociale è stata riconosciuta in tutte quelle situazioni in cui c’è una condizione problematica a livello di salute e qualità della vita: ad esempio, nelle situazioni di handicap o nella terza età.

Purtroppo, sono proprio queste le situazioni in cui si avverte un maggior isolamento sociale, spesso dovuto proprio alla condizione di disabilità che spinge la struttura famigliare a chiudersi in se stessa.

 Quali abilità per la persona disabile?

 “L’obiettivo della qualità della vita riferito al soggetto con ritardo mentale tende ad evidenziare la ricerca del massimo sviluppo possibile sia in termini di acquisizione di abilità che di capacità affettivo-relazionali e la promozione del più ampio dispiegamento di tali possibilità. Tutto ciò allo scopo di ottenere un elevato livello di integrazione e di realizzazione (soddisfazione) personale nei diversi sottosistemi sociali (famiglia, scuola, centro socio-educativo, ambiente lavorativo, comunità, ecc.) in cui l’individuo con ritardo mentale si trova ad interagire.” (Cottini, 1996).

 Questa definizione di qualità della vita sottolinea soprattutto due aspetti di rilievo:

1.             l’importanza della soddisfazione personale anche per le persone disabili. Di qui, la necessità di promuovere un uso adeguato del tempo libero, con attività ricreative che siano il più possibile scelte dal soggetto stesso;

2.          l’attenzione rivolta all’ambiente di vita della persona handicappata.

 La qualità della vita della persona disabile è in gran parte determinata dal grado di integrazione nella comunità, in tutte le sue dimensioni:

ø     la capacità di stabilire relazioni d’amicizia;

ø     la possibilità di svolgere, quando consentito dagli specifici deficit, un lavoro gratificante;

ø     la capacità di usufruire in modo autonomo delle opportunità ricreative offerte dalla comunità.

 Tutto ciò esige un intervento formativo che trasferisca alla persona con handicap una serie di abilità utili ad interagire adeguatamente in questi diversi ambiti comunitari.

Un analogo intervento andrebbe previsto anche per l’ambiente familiare: i genitori dovrebbero, cioè, padroneggiare le abilità necessarie per gestire la situazione di handicap, assumendo comportamenti adeguati che favoriscano la crescita autonoma del familiare disabile (ad esempio, evitando atteggiamenti iperprotettivi che ostacolano l’integrazione sociale).

Possiamo individuare fondamentalmente tre momenti critici durante lo sviluppo della persona disabile, nei quali attuare interventi formativi e riabilitativi:

ø     i primissimi anni di vita: una corretta stimolazione precoce permette al bambino disabile di compensare parte dei deficit di cui è portatore;

ø     l’uscita dalla scuola dell’obbligo, che spesso si configura come il passaggio ad una fase di isolamento sociale e di inattività, in cui si perdono le abilità apprese a scuola;

ø     l’invecchiamento: l’allungamento della vita anche nelle persone disabili ci induce a confrontarci con le conseguenze della senescenza, soprattutto a livello di decadimento cognitivo e di perdita delle abilità d’autonomia. In questi casi, allora, al fine di contrastare questo processo, è opportuno riprendere interventi d’insegnamento di queste abilità.

 Ma quali sono le classi di abilità principali su cui concentrare l’intervento, al fine di favorire l’integrazione della persona disabile nella comunità?

Cottini (1996) individua quattro classi principali:

1.             abilità scolastiche;

2.          abilità integranti (uso del denaro e del telefono, sapersi muovere autonomamente nella comunità, gestione delle relazioni interpersonali, abilità domestiche, ecc.);

3.          abilità professionali;

4.           abilità ricreative.

Le abilità scolastiche sono ormai oggetto di insegnamento da diversi anni, grazie anche al processo di integrazione scolastica verificatosi nel nostro paese.

Anche sulle abilità professionali e su quelle integranti si è centrata l’attenzione di molti operatori del settore, consci della necessità di fornire alla persona disabile le abilità necessarie per essere un membro della comunità, soprattutto dopo la scuola dell’obbligo.

Viceversa, sull’insegnamento delle abilità ricreative pesa ancora la convinzione che si tratti di abilità secondarie, se non addirittura superflue. Tuttavia, con il nuovo interesse per la qualità della vita che si sta diffondendo in questi anni, non si può più sottovalutare che il livello di benessere personale è strettamente legato alla possibilità di gestire produttivamente ed autonomamente il proprio tempo libero, visto anche come occasione per sviluppare relazione sociali significative e per contrastare l’isolamento.