Disturbo ossessivo con Dismorfofobia

La storia di Amerigo

Nella pratica clinica è difficile affermare con un certo grado di certezza quanto un caso può essere considerato risolto oppure no, semplicemente finisce la frequentazione quando il paziente sta meglio, cioè trova un migliore adattamento nelle relazioni, negli affetti, nella vita lavorativa. Difficilmente troverete affermazioni di questo genere tra gli autori. Chi scrive qualcosa su questi argomenti lo fa per dimostrare la sua bravura per aver risolto più e più casi. Ma proprio nel decidere che un caso è risolto c’è l’errore.

Oggi più che mai le persone che ricorrono all’aiuto psicologico vogliono risolvere il loro caso come se si trattasse di un sintomo da curare con una medicina. Purtroppo, molti colleghi in vario modo, contribuiscono a creare una aspettativa miracolistica anziché diffondere una vera cultura della pratica del ben-essere. Inutile dire che questo tipo di pazienti rappresentano per i professionisti dell’aiuto una delle cause maggiori di stress per la frustrazione che provocano.

Inutile ribadire che l’intervento psicologico, sebbene propagandato come “terapia breve”, non può richiedere meno di 20 incontri, a meno che non sia una consulenza o una valutazione diagnostica. Non è questa la sede per affrontare questo argomento. L’ho accennato per introdurre il caso di Amerigo, un paziente che è venuto da me per quattro mesi circa una volta a settimana.

Amerigo mi chiamò per prendere un appuntamento deciso a seguire una psicoterapia che l’avrebbe portato a superare alcune difficoltà che si portava appresso da quando era ragazzo. Da allora aveva fatto anche una cura farmacologica di recente oltre ad avere consultato una decina di specialisti. Amerigo ha 36 anni, é stato sposato e ha un figlio alla scuola elementare. Dalla separazione con la moglie vive con i genitori. Di cultura medio alta Amerigo ha due fratelli di cui uno medico.

“Dottore”, mi disse con tono perentorio ma rispettoso,”lei come vede i miei occhi ? Sono diritti ?”. Osservai attentamente e risposi: “Si i tuoi occhi sono diritti. Sono diritte le pupille e sono perfettamente simmetrici sulla tua fronte”. “Sa, dottore, perché questo è il mio problema: non faccio altro che guardarmi allo specchio e rattristarmi per come sono storti e penso quello che la gente dice di me quando mi guarda in faccia”. “Come devo fare per nascondermi dagli occhi e dal giudizio di chi mi guarda ?” A questo punto mi racconta che in ufficio alcune colleghe, ma specialmente una, hanno paura di lui. Un collega, invece, incrociandolo mentre usciva dall’ascensore lo guardò in modo tale da farlo sentire male mentre gli sussurrava: “ quanto sei brutto!”.
La storia del problema di Amerigo ha inizio in adolescenza quando intorno ai 17 anni fece un intervento al naso perché era storto a causa di una caduta. Fino a quel momento aveva sopportato mal volentieri gli sberleffi e le derisioni dei compagni per quel naso storto. Ora che con l’intervento tutto era finito riapparve un nuovo problema; questa volta riguardava il pene. “Dottore, sapesse come mi sentivo male quando una ragazza mi guardava il pene. Era completamente storto”. E sono stato io a renderlo così perché da ragazzo mi masturbavo in un modo particolare: lo strusciavo nel letto sopra il materasso”. Questo problema però adesso è passato, quello che mi preoccupa sono gli occhi, che dice, si può togliere questa mia fissazione ?”. Si trattava di un disturbo ossessivo con punte deliranti di dismorfofobia in quanto il suo comportamento era dettato da una paura inverosimile di essere giudicato per un difetto inesistente del corpo. La valutazione della personalità di Amerigo ha, però, un valore altrettanto importante per decidere una psicoterapia. Infatti, ben presto, proprio nel parlare degli affetti, mi accorsi che le manifestazione e le espressioni di Amerigo erano molto moderate o addirittura coartate. A questo proposito si coinvolgeva soltanto quando, raramente e solo su mio invito, parlava del figlio di sette anni. Il suo problema più importante ora era quello di trovare una compagna o almeno una donna con cui uscire.

Amerigo si dichiarava perdente e incapace di avvicinare una donna. Quando gli domandavo come doveva essere la sua donna ideale, lui nel descriverla parlava solo di due cose: “deve essere bella e seria”. E quando io insistevo nel farmi dire quali aspetti del carattere doveva avere questa donna lui rimaneva zitto e poi diceva che non gli veniva in mente niente. Allora gli suggerivo degli aggettivi e lui si limitava a dire si. Insomma Amerigo quando raccontava episodi familiari dell’infanzia, del rapporto con i fratelli e con i genitori non riusciva proprio a esprimere emozioni che accompagnassero i fatti espressi.
Ben presto mi sono accorto che Amerigo aveva un disturbo che forse poteva porsi all’origine dei suoi problemi: l’incapacità a esperire, vivere e raccontare le emozioni. Adesso la prognosi si faceva più seri. Amerigo avrebbe avuto bisogno di frequentarmi almeno per un anno per continuare a sostenere il suo senso del reale. Altrimenti sarebbe caduto nella psicosi.
Amerigo si è sempre posto in modo propositivo ma quello che non riusciva proprio a fare erano i compiti che gli assegnavo. Avevo individuato il disturbo, fatta la diagnosi e preparata la linea di condotta. Ora si trattava di applicare dei metodi psicoterapeutici. Si vergognava se qualcuno in ufficio avesse visto il quaderno su cui lui avrebbe dovuto scrivere il compito che gli avevo assegnato, cioè le emozioni che viveva nel corso della giornata riferite a incontri o dinamiche particolari, anche commenti sul tempo, sulle cose naturali e sulle persone. Insomma Amerigo ne escogitò molti di pretesti per non fare quello che non sapeva fare e che non voleva imparare. Alla fine, con molto garbo ed educazione e con numerosi attestati di stima nei miei confronti decise che avrebbe preso un po’ di tempo rassicurandosi che all’occorrenza mi avrebbe trovato disponibile, mi salutò. Sono passati alcuni mesi da allora e non ho saputo come stanno le cose.

In psicologia questo fenomeno del non voler guarire lo chiamiamo “vantaggio secondario della malattia”. In pratica è come se ci si abituasse oramai a convivere con quei sintomi, come se essi, nel male stesso che ci fanno, ci rassicurassero anche. E’ un po’ come provare dolore per dimostrare a se stessi di essere vivi.