Comunicazione

Empatia, come migliorarla

Ci emozioniamo guardando a cinema immagini strappa lacrime perché nel nostro cervello i neuroni specchio ricreano il dolore che vediamo sullo schermo e un processo naturale di immedesimazione legge e condivide le espressioni facciali e i sentimenti che provano gli altri*.
Il processo è alla base dell’empatia, della condivisione sociale, del sentimento di appartenenza, di quello di compassione e di ammirazione. Alla base di tutte queste attività così importanti del nostro agire nella collettività c’è il riconoscimento delle intenzioni degli altri a partire da atti quotidiani di reciprocità.

La riproduzione dei movimenti altrui mediante l’imitazione non è l’unico mezzo comunicativo di cui disponiamo grazie all’attività scoperta dei neuroni specchio. Uno studio con l’intenzione di stabilire il ruolo svolto dal calore umano durante delle interviste ha rivelato che gli intervistatori più calorosi , quelli cioè istruiti a protendersi, sorridere e fare dei cenni con il capo inducevano questi stessi movimenti negli intervistati. 

L’imitazione degli altri nel loro modo di parlare, di gesticolare e dell’aspetto crea da sé simpatia e questo lo vediamo nelle qualità dei comici. L’imitazione e il piacersi sembrano convergere anche quando è qualcun’ altro a imitare noi al punto che la tendenza ad imitarci o a imitare qualcuno, sembra essere non solo una tendenza naturale ma più ci si immedesima in ciò che provano le altre persone più si tende a entrare nel personaggio e più comprendiamo le loro richieste e i loro stati d’animo e più siamo disposti ad entrare in empatia con loro. Quando imitiamo qualcuno ciò ci rende anche meglio capaci di rispondere in modo compassionevole ai loro stati emotivi.
La controprova che non si riesce a trasmettere simpatia se si è in qualche modo impediti nel manifestare le emozioni ci viene, oltre che provare a farlo con una matita tra i denti, in modo più drammatico da una sindrome molto sgradevole per gli effetti che provoca nei bambini. L’inabilità congenita a muovere i muscoli del viso mette le persone affette da questa malattia nella sgradevole situazione di non poter condividere le proprie emozioni con gli altri.
I bambini affetti dalla sindrome di Moebius, hanno difficilmente possibilità di ricevere comportamenti empatici dagli altri bambini e adulti ma hanno anche la scarsa attitudine di esprimere le loro emozioni dentro di se.
L’espressione facciale delle emozioni diventa in questi casi fondamentale per stabilire relazioni con gli altri. Questa condizione sembra echeggiare l’espressione profetica di Maurice Merleau-Ponty quando scriveva: “Vivo nell’espressione facciale dell’altro, nel momento in cui lo sento vivere nella mia” (Iacoboni).

L’inabilità dei bambini affetti dalla sindrome di Moebius e la conseguente impossibilità di rispecchiare le espressioni facciali altrui, spezza qualsiasi forma di interazione emotiva e rende impossibile una comprensione profonda delle loro emozioni.
Il rispecchiamento delle emozioni degli altri nel sentimento empatico è mediato dalla simulazione.
Nella percezione del dolore degli altri questo meccanismo è attivo e produce il rispecchiamento del dolore dell’altro ma anche la reazione motoria della persona che si sta osservando. Vissuta come una esperienza condivisa, la condizione di “soffrire assieme” proviene da un meccanismo neurale essenziale nella costruzione di legami sociali. Queste forme di risonanza con le esperienze dolorose altrui potrebbero rappresentare meccanismi di empatia precoce.

Capire le intenzioni in modo inconscio 
Prima gli studi sulle scimmie e poi quelli sugli esseri umani ci hanno spiegato che quando abbiamo in testa di esprimere una intenzione noi facciamo precedere qualsiasi movimento dalla intenzione di eseguirlo. In un posto del cervello vengono attivate le cellule denominate “specchio” delle quali è stato registrata l’attività sia quando siamo in procinto di compiere un qualsiasi gesto, sia quando è un altro che manifesta questa intenzione.

E’ come se disponessimo di uno specchio che riflette le azioni nostre e quelle degli altri una volta che abbiamo imparato come si fa anche se nasciamo con una dotazione di neuroni specchio prestabilita. Essi si attivano non appena nasce la possibilità. Infatti è stato appurato che agiscono fin dai primi giorni dalla nascita. Agiamo quindi in sintonia rispetto agli altri, soprattutto quando l’altro ci è vicino o nelle immediate prossimità sia che ne condividiamo le intenzioni sia quando non le condividiamo.

Durante le nostre innumerevoli interazioni le cellule specchio annunciano la loro attività che viene trasmessa anche al sistema delle emozioni e sono in grado di attivarlo. Esse sono in relazione anche al centro del linguaggio e sono state dimostrate importanti relazioni con esso e con il suo apprendimento.
Per convincervi dell’importanza delle cellule specchio nel dirigere e organizzare la nostra vita prendiamo in considerazione un importante esperimento riportato da Marco Iacoboni nel suo libro I neuroni specchio del 2009.
Quando guardiamo una mano che si protende verso una tazza noi sappiamo in anticipo se quella mano sta per prendere la tazza con l’intenzione di berne il contenuto oppure di afferrarla per sparecchiare. Ciò il nostro sistema dei neuroni specchio lo deduce dal contesto e dalla distanza tra l’indice e il pollice della mano. Se il contesto è di una tavola in disordine come dopo aver fatto colazione oppure è in ordine in attesa di fare colazione. Tutte queste inferenze avvengono in un attimo e senza riflettere ma come patrimonio intrinseco del nostro sistema della percezione. E’ stato osservato anche che siamo in grado di discernere tra l’afferrare qualcosa per portarla alla bocca dall’afferrare con lo scopo di farne un qualsiasi altro uso e non solo dal tipo di oggetto e dal contesto ma anche dal modo come viene compiuto il gesto. Se immaginiamo una successione di attività in un contesto complesso come una interazione tra persone dobbiamo prendere atto dell’innumerevole serie di atti in cui le cellule specchio sono coinvolte.

Il Neuro marketing
L’importanza di queste cellule specializzate del nostro cervello nell’imitazione sarà certamente di grande aiuto nell’identificare l’influenza di certi messaggi dei mass media. Così è nato il neuro marketing, cioè la possibilità da parte dei produttori di identificare il prodotto commerciale le cui caratteristiche sono più desiderabili da parte dei consumatori. Ma, soprattutto ci aiuterà a comprendere importanti deficit comunicativi come l’autismo e quali modalità potranno maggiormente aiutare queste persone.
Per i neuroni specchio pare che l’attività di simulazione costituisca l’elemento più prezioso della gamma a nostra disposizione.
Mentre osservo uno che sta compiendo un’azione se io seguo quell’azione i miei neuroni specchio sono attivi allo stesso modo di quando la sto compiendo io. Vi potete spiegare quello che sentite quando una persona vicino a voi sta cadendo oppure c’è qualcuno che sta per dargli una bastonata in testa?
Allo stesso modo i neuroni specchio dentro la vostra testa si attivano quando osservate vostro figlio piccolo che guarda in televisione o al teatro un personaggio malvagio che sta per sorprendere il protagonista della storia.

Abbiamo tutti più o meno la tendenza ad imitare gli altri e l’imitazione dei comportamenti degli altri rappresenta uno dei più diffusi mezzi per apprendere. Inoltre, siamo in grado di sentire dal punto di vista emotivo l’altro e provare sentimenti di vicinanza e coinvolgimento emotivo.
Sono stati condotti studi per questo e si è arrivati a comprendere che la tendenza ad imitare gli altri ci fornisce più elementi per comprendere gli altri e per comunicare meglio con loro. Questa spinta ad imitare è presente fin dalla nascita negli esseri umani e sembra contraddistinguerci in quanto, contrariamente rispetto al passato, oggi sappiamo che è innata e non è molto diffusa tra le scimmie se non tra quelle cosiddette antropomorfe, tipo Bertuccia.
La nostra propensione all’imitazione ci porta a scegliere di dialogare con gli altri piuttosto che immaginare un monologo. L’imitazione viene espletata nel dialogo faccia a faccia in modo da allinearsi all’altro anche nella scelta delle parole e non solo per imitazione della postura e di gesti.

Nelle discussioni e nei dialoghi in cui siamo giornaliermente coinvolti “i significati e i turni nel prendere la parola sono negoziati automaticamente, i gesti simultanei, l’orientamento degli sguardi, le rotazioni del corpo sono molto importanti nell’aiutarci a capire il senso di ciò che viene detto. Queste forme di comunicazione non verbali rientrano agevolmente in alcuni schemi. Se anche può sembrare che teniamo sempre gli occhi rivolti al nostro interlocutore, analisi dettagliate di conversazioni spontanee video registrate rivelano che quando una persona inizia a parlare, raramente quella che ascolta la guarda negli occhi per poi passare poco dopo a fissarla: in quel preciso momento di mutuo guardarsi fisso, chi parla tende a iniziare una nuova frase senza completare quella che ha in corso. E’ come se, guardando dritto negli occhi il suo interlocutore, la persona che ascolta stesse dicendogli: ”Parla pure adesso , è il tuo turno e non ti interromperò (per alcuni secondi…)”.

In sostanza, nel corso di un dialogo tanto le parole che le azioni tendono a costituire un’attività coordinata e congiunta avente un obiettivo comune e questo alternarsi risulta essere per noi molto facile e naturale.

Cosa capiterà?
Secondo il modello ideo-motorio elaborato già alla fine dell’ottocento dal solito William James, la nostra mente elabora l’intenzione di un movimento. Quasi istantaneamente la conseguenza è che si attivano le cellule del cervello che comandano l’organo che lo eseguirà. Questo è stato dimostrato negli anni 2000 da numerosi laboratori che studiavano i neuroni specchio il cui primato spetta al professor Giacomo Rizzolatti e alla sua equipe dell’università di Parma. Il semplice pensare al movimento che farò se penso di accendere la luce mi conduce all’immagine dell’interruttore ed io che sto per pigiare il tasto. Il solo pensare alla sua accensione attiverà nel cervello la rappresentazione del movimento del dito e del braccio che di solito uso per premere l’interruttore.

Secondo il modello ideo-motorio, accade così perché noi esseri umani abbiamo appreso gli effetti delle nostre azioni. Sarà l’intensità del mio pensiero e di conseguenza, la nettezza dell’immagine mentale ad azionare quella catena di eventi che produrrà il cambiamento nelle mie convinzioni?
Se questo è vero allora a partire dalla intensità del pensiero – e ciò avviene grazie al mio coinvolgimento – non solo determinerò cambiamenti nei metaboliti circolanti nel mio corpo e questi daranno luogo a trasformazioni del mio stato d’animo, ma tali trasformazioni potranno attivare cambiamenti anche nelle mie convinzioni.

Nulla esiste nella realtà che non sia stato prima pensato
L’aspetto più sorprendente è che i cambiamenti determinati potranno attivare atteggiamenti rispetto ad alcune problematiche come ad esempio il modo di vedere il mio rapporto con mia figlia o la mia relazione con mia moglie o con il capoufficio in un momento definito della mia vita. Ecco che a partire dall’esame di come i neuroni specchio attivano determinati aspetti delle nostre interazioni sociali possiamo arrivare a definire scelte importanti. Immaginate ad esempio, quando guardate una partita di calcio a quante volte avete spinto la vostra gamba nello spontaneo sforzo di tirare il calcio risolutivo per fare goal. Immediatamente prima del movimento la vostra mente ha organizzato l’evento che si è determinato spontaneamente.

Ma anche quando entrate in relazione con una persona affetta da balbuzie. Immaginate lo sforzo che fanno le vostre labbra e tutti i muscoli della bocca che servono per parlare mentre ascoltate e guardate il modo con cui si affanna lui stesso per comunicare. La respirazione si fa affannosa e l’ansia cresce. Dovete riproporvi ogni volta di tirare un respiro e rilassarvi per non condizionare maggiormente la sua espressione.

Un aiuto ai bambini autistici
L’autismo non è un fenomeno tutto o nulla. Le disfunzioni nella comunicazione vanno da un lieve disagio di confrontarsi con l’altro e preferire ambienti protetti, a quello della difficoltà di parlare in pubblico, ai diversi modi di affrontare e gestire l’iniziativa o l’intraprendenza quando bisogna parlare con altri, fino a realtà personali in cui prevale la diffidenza o un generale malessere nel comunicare e a difficoltà più consistenti nel sorreggere l’impatto dello sguardo, fino all’evitarlo in qualche modo per ragioni che non si è in grado di spiegare. Quasi tutti i disturbi nella comunicazione includono una forma di autismo. Perciò è un argomento che interessa un po’ tutti.
Qui ci riferiamo a un particolare schema concettuale ove la difficoltà comunicativa si esprime nella quasi completa difficoltà a intrattenere una qualsiasi forma comunicativa con altri anche significativi.

Ci sono già dei resoconti scientifici che definiscono un trattamento dell’autismo mediante procedimenti di imitazione e simulazione e i cui risultati sembrano promettenti. Un esperimento fatto con bambini di 6-8 mesi che guardavano tre scene diverse di cui si potevano registrare l’attività dei loro neuroni specchio, dimostra la maggiore propensione per quelle scene in cui delle persone giocano con oggetti immobili piuttosto che oggetti mobili. Inoltre, intuendo la traiettoria di un oggetto che si muove verso un altro oggetto i bambini di un anno dimostrano che i loro neuroni specchio imparano a prevedere le azioni degli altri.
In alcuni bambini di 10-11 anni è stata misurata la tendenza a manifestare empatia cioè a immedesimarsi nel punto di vista di altre persone e identificarsi in personaggi di finzione in film, romanzi, fumetti (empatia cognitiva) e la tendenza a farsi coinvolgere dalle emozioni altrui o quando qualcun altro è coinvolto in forti emozioni (empatia emotiva). Sono stati poi messi in relazione i risultati tra questi due tipi di performance con i risultati ottenuti da questi bambini nella Scala di Reattività Interpersonale che misura le loro abilità sociali, la gradevolezza e gli amici come indici di popolarità. I risultati di questo esperimento hanno mostrato che i bambini che erano risultati socialmente più competenti, quelli con molti amici e molti incontri destinati al gioco, mostravano anche una più forte attivazione nelle aree dei neuroni specchio durante le imitazioni. Si è poi anche confermato che la tendenza ad imitare le espressioni emotive degli altri è una competenza importante in grado di agevolare la comunicazione e l’accettazione reciproca.
Anche nei bambini è presente un modulo cognitivo che li mette in grado di leggere quello che gli altri pensano e credono, cioè hanno una loro teoria della mente. Questo li aiuta a costruire le loro teorie sulle altre persone, a farsi una opinione.

Il test della falsa credenza serve ad accertare la capacità dei bambini ad una certa età (intorno ai 4 anni) di immaginare quello che un altro pensa. In pratica il bambino viene posto dinnanzi alla situazione in cui due bambine rappresentate da bambole (mettiamo Anna e Luisa) sono presenti nella stessa stanza. Anna mette una pallina in una borsa e se ne esce. Davanti al bambino Luisa cambia di posto alla pallina, la toglie dalla borsa e la mette in una scatola. Poi si domanda al bambino: “quando tornerà Anna dove andrà a cercare la pallina?“
I bambini affetti da autismo sbaglieranno la risposta indicando il posto nuovo dove Luisa l’ha nascosta successivamente. Chiaramente il bambino non è in grado di vedere la situazione dal punto di vista di Anna. Il difetto dell’autismo consiste nel fatto che i bambini non riescono a imitare le altre persone in quanto non sono in grado di identificarsi con loro. Il problema si pensa di ordine emotivo per cui questi bambini hanno seri problemi a riconoscere le emozioni negli altri. Nel libro di Hobson The Cradle of Thought riportato da Iacoboni, si afferma che i bambini si mostrano quasi ciechi verso i sentimenti degli altri, come se non si commuovessero per quello che le altre persone provano. Ai bambini affetti da autismo sono molto carenti anche le capacità imitative relativamente a carenze di risposta dei neuroni specchio. Tale deficit è stato rilevato in ragazzi affetti dalla sindrome di Asperger, una sindrome più blanda rispetto all’autismo.

Durante l’imitazione i pazienti Asperger attivavano sostanzialmente le stesse aree del cervello dei soggetti sani, ma con un’attivazione ritardata nelle aree dei neuroni specchio del lobo frontale. Anche il meccanismo di risonanza motoria, un altro indice del funzionamento dei neuroni specchio, è risultato molto più basso rispetto ai soggetti sani. I bambini autistici e quelli affetti dalla più lieve sindrome di Asperger non riescono a mantenere lo sguardo su soggetti umani mentre preferiscono osservare oggetti. Essi distolgono lo sguardo quando gli si rivolge la parola e quando sono costretti a guardare negli occhi lo fanno per poco tempo e in modo incostante. Si comprende che per loro è un compito difficile e spiacevole. E’ anche difficile che il loro sguardo sia rivolto alla bocca delle persone che parlano. Essi denotano una differenza anche nel seguire una indicazione con il movimento del dito. Quando gli viene indicato un oggetto distante egli non segue immediatamente l’indicazione di guardare quell’oggetto indicato ma lo fa soltanto quando viene finita la frase. In questo modo perde il tempismo per comprendere a quale oggetto ci si riferisse. Successivamente però è in grado di soffermarsi sul significato del gesto ma è troppo tardi per individuare l’oggetto indicato.

Ci si domanda come possiamo aiutare questi bambini se individuiamo il deficit abbastanza precocemente. Quando, fin dai primi mesi di vita il bambino sembra non interessato agli altri allora si può stimolarli molto di più imitandolo sul piano del gioco e dell’emozione.

Mi è nato un nipotino che ha da poco compiuto 4 mesi. Quando gioco con lui cerco di attirare la sua attenzione con estrema espressività mostrandogli il mio viso e lo sguardo in pose e atteggiamenti clauneschi. Anche al nostro incontro quando la madre lo porta da noi Leon sembra non riconoscermi più e allora facendogli le smorfie e guardandolo con grande espressività lo faccio ridere. Cerco sempre di proporgli di afferrare oggetti che facciano rumore e lo stimolino la maggior parte dei sensi: il colore, il rumore, il tatto-gusto in quanto lui è in grado di percepire sia la forma che la consistenza più con le labbra, la bocca e la faccia che con le mani. In casa non mancano oggetti con molte caratteristiche contemporaneamente, la busta della pasta, le confezioni, il campanello e numerosi altri.

Così come per Leon credo che uno dei metodi migliori per “attivare” i neuroni specchio di questi bambini sia quello di ricorrere quanto più spesso alla imitazione di quello che essi fanno. Sembra, infatti questo il metodo che attualmente sembra il migliore per aiutare i bambini con diverse forme di autismo dal momento che gli studi e le ricerche riportano che all’origine del disturbo ci sia l’inattivazione di questi neuroni del rispecchiamento. 
In un caso riportato da Iacoboni i gesti stereotipati di un bambino autistico diminuivano molto quando il bambino si trovava a giocare con coetanei che si imitavano reciprocamente. Una bambina inizia a giocare con alcuni degli oggetti presenti nella stanza dove gli oggetti sono tutti in duplice esemplare (due cappelli, due borsette, due occhiali da sole, ecc). “La bambina inizia a giocare con alcuni degli oggetti e incita il ragazzo a fare lo stesso: si mette in testa un cappello da cow boy e mette il secondo sulla testa del compagno, lo aiuta a infilarsi un paio di occhiali da sole, poi indossa lei stessa il secondo paio. I bambini si danno la mano e ridono. I gesti stereotipati del ragazzo con autismo vanno rapidamente scemando. La bambina prende poi un ombrello, lo apre e se ne va in giro per la stanza: il ragazzo con autismo la imita spontaneamente. I suoi gesti stereotipati sono del tutto scomparsi. E’ un ragazzo pienamente impegnato a giocare con un’altra ragazza. Per un po’ i due fanno vari giochi imitativi, qualche volta è lui a fare quel che fa lei, altre volte il contrario. Quando la bambina esce dalla stanza quasi di colpo il ragazzo si rinchiude in sé e riprende i movimenti stereotipati delle mani. Quando la bambina ritorna di nuovo i gesti ripetitivi scompaiono. Sembra quasi che avvenga per magia, ma ovviamente non è così: il rispecchiamento sociale crea un contatto emotivo fra le persone e può essere un modo molto efficace di aiutare i bambini affetti da autismo a superare alcuni dei loro problemi sociali”.

I trattamenti comportamentali naturalistici si basano su questa ipotesi e adottano la pratica dell’imitazione. Nel corso di interazioni apparentemente spontanee di gioco il terapista o il genitore inizia a imitare i gesti del bambino, le vocalizzazioni o le azioni che il bambino può rivolgere ai giocattoli e poi lo invita a imitare il suo comportamento. In più occasioni questo trattamento ha dato buoni risultati.

Immaginazione e neuroni specchio

Le scoperte dell’ultimo decennio sui neuroni specchio ci offrono un quadro estremamente coerente sulle possibilità dell’immaginazione come mezzo per l’esercizio del controllo che potremo sviluppare per migliorare le nostre potenzialità emotive e comportamentali.
Come scrivono gli autori del libro Il contagio emotivo, “le persone imitano le altrui espressioni di dolore, riso, sorriso, affetto,imbarazzo, disagio, disgusto,i balbettii, lo sforzo di raggiungere qualcosa, e così via, in un‘ampia gamma di situazioni. Una tale mimica… è un atto comunicativo, che trasmette un rapido e preciso messaggio non verbale a un’altra persona” (Da I neuroni specchio di M. Iacoboni).
Per facilitare una intimità concreta tra sè e l’altro durante le interazioni sociali si ricorre all’imitazione faccia a faccia come si stesse davanti a uno specchio.

Imitazione inconscia
In uno studio sulle posture riportato da Iacoboni, venne rilevata l’armonia in una classe scolastica col proprio insegnante in relazione con l’imitazione inconscia che di lui eseguivano gli alunni nell’interazione. Le posture rispecchianti cioè quelle in cui sono le parti corrispondenti del corpo faccia a faccia ovvero parte sinistra dell’insegnante con parte destra degli studenti, ad essere maggiormente rilevate rispetto a quelle mimiche durante regolari lezioni. Un agire a specchio durante le interazioni faccia a faccia comunica più solidarietà, coinvolgimento e senso di unione, elementi fondamentali della cognizione sociale e rappresentano un primo passo verso l’empatia. L’imitazione è anche strettamente legata ad altre importanti abilità sociali quali il comprendere che gli altri hanno pensieri (mentalizzazione), le loro credenze e i loro desideri.

* Gran parte di quanto riportato in questo articolo è contenuto nel libro di Marco Iacoboni:”I neuroni specchio“;Bollati Boringhieri.