|
Questo
lavoro è stato pensato per tutti quei bambini e ragazzi che
«appaiono per quello che non sono». La descrizione «Andrea raramente
completa un compito assegnato, tende a perdere tempo o a parlare e
si distrae facilmente, si scontra con i compagni, non rispetta le
regole e reagisce alla minima contrarietà con collera e
ostinazione», per esempio, induce facilmente a formulare un giudizio
di scolaro demotivato o con poca attenzione verso la scuola.
Un bambino di questo tipo può essere descritto anche con alcune
delle seguenti caratterizzazioni: «Presenta buone capacità di
apprendimento, ma è disturbato dall'iperattività e
dall'irrequietezza che gli impediscono di sviluppare le sue
potenzialità; quando si trova di fronte a un compito in cui deve
scegliere fra un certo numero di risposte, tende a reagire in modo
impulsivo, a scegliere velocemente e senza riflettere», è «agitato,
eccitabile e impulsivo, sempre in movimento e mai fermo»; spesso
viene mandato fuori dall'aula «fino a quando si calma»; se
rimproverato smette, per riprendere poco dopo con altri
comportamenti disturbanti; «se viene messo da solo, continua a
muovere le gambe e a giocherellare».
Questi atteggiamenti sono riconducibili alla sindrome da deficit di
attenzione con iperattività. In casi del genere non basta la «buona
volontà»: anche se il bambino vuole essere un bravo scolaro, il suo
comportamento impulsivo e la sua incapacità di mantenere
l'attenzione interferiscono pesantemente con la sua vita scolastica.
Senza un trattamento adeguato, il bambino rischia l'insuccesso nel
suo lavoro scolastico e i suoi amici possono essere infastiditi
dalla sua mancanza di collaborazione nei giochi o nelle altre
attività sociali. Ai ragazzi con sindrome da deficit di attenzione e
iperattività e a tutti coloro che devono aiutarli a crescere e ad
apprendere è rivolto il nostro programma. Questo contributo è frutto
di un lavoro coordinato dal prof. Cesare Cornoldi con la
collaborazione delle dottoresse Marina Gardinale, Annalisa Masi e
Laura Pettenò attraverso una rielaborazione dei programmi di
autocontrollo sviluppati in nord America da autori quali Douglas,
Meichenbaum, Kendall, Braswell e Bloomquist.
Studiando procedimenti, tecniche e strategie, abbiamo cercato di
ottenere un «programma di lavoro» che produca nell'alunno una
riduzione degli aspetti impulsivi e poco riflessivi attraverso i
modelli di autoregolazione nei vari ambiti delle esperienze. Un
ringraziamento per la collaborazione ad Anna Maria Napolitano per i
suoi preziosi disegni.
A chi è
rivolto
Il programma di lavoro è stato messo a punto in modo da poter essere
applicato, con gli opportuni adattamenti, a una gamma ampia di età,
a partire dalla terza elementare fino alla terza media. La gestione
degli incontri è stata pensata soprattutto per psicologi o
psicopedagogisti, ma è possibile che venga effettuata anche da
qualche insegnante attento e informato se mancano le figure
specialistiche nominate sopra.
Chi è il
bambino con difficoltà di attenzione e autoregolazione
Come già molti autori hanno scritto, un disturbo grave di
attenzione (Sindrome da Deficit di Attenzione/SDA) con Iperattività
è presente con una media di un alunno per classe e può rappresentare
il 3-5% della popolazione scolastica. Pur essendo una sindrome
identificata piuttosto precisamente nel DSM-IV/Diagnostic and
Statistical Manual of Mental Disorders, fourth edition (American
Psychiatric Association, 1994), a un'analisi un po' approfondita,
soprattutto nella casistica clinica, ci si rende immediatamente
conto di quante variabili implicate in questa manifestazione
comportamentale possano dare adito a dubbi e perplessità, non solo
rispetto alla gravità delle manifestazioni imputabili al problema di
attenzione, ma soprattutto nella discriminazione fra questo e i
problemi comportamentali che talvolta possono addirittura essere
identificati con veri e propri problemi della condotta (secondo il
DSM-IV).
Per quanto riguarda l'iperattività, questa non è sempre presente e,
anche rispetto alla stessa «attenzione», se vengono confrontate le
prestazioni di ragazzi con livelli di attenzione adeguati, si è
potuto notare come ci siano differenze in alcuni settori
dell'attenzione ma non in tutti. I ragazzi con SDA hanno una
capacità attentiva che permette loro di prestare attenzione a più
stimoli contemporaneamente, ma trovano difficoltà a seguire le
richieste di un compito senza distrarsi per il periodo necessario
all'esecuzione dello stesso, anche se, in questo ambito, il
contributo della motivazione è notevole. Non è difficile vedere un
bambino con problemi di attenzione riuscire a protrarre lo span
attentivo per un compito motivante. Tuttavia, i compiti giudicati
motivanti sono spesso quelli che meno impegnano cognitivamente e
strategicamente.
La tabella 1 offre un quadro sintetico di come questo tipo di
disturbo sia stato rianalizzato dal DSM-IV (il manuale che ha la
maggiore influenza in campo internazionale) e dall'ICD-10/Decima
revisione della classificazione internazionale delle sindromi e dei
disturbi psichici e comportamentali (l'analogo manuale predisposto
dall'OMS/Organizzazione Mondiale della Sanità, 1992). Quest'ultimo
condivide la maggior parte dei criteri diagnostici del DSM-IV con
una categorizzazione più definita. Nel DSM-IV vengono richiesti 6
item per il problema di attenzione o 6 item per
l'iperattività/impulsività. Nell'ICD-10 la valutazione diagnostica
viene fatta con almeno 6 item di disattenzione, almeno 3 item di
iperattività e almeno 1 item di impulsività. Nell'ICD-10 la
suddivisione del disturbo non viene fatta sulla base del tipo
predominante, come si può vedere nella tabella 1 del DSM-IV, bensì
specificando la condizione attraverso cui può essere soddisfatto
anche il criterio di Disturbo dell'Attività e dell'Attenzione, sotto
la rubrica Sindromi Ipercinetiche.
TABELLA
1
Criteri diagnostici del DSM-IV per il Disturbo da Deficit di
Attenzione/Iperattività
|
A.
1. Sei (o più) dei seguenti sintomi di disattenzione
sono perdurati per almeno 6 mesi con una intensità che
provoca disadattamento e che contrasta con il livello di
sviluppo:
Disattenzione
a) Spesso non riesce a prestare attenzione ai
particolari o commette errori di distrazione nei compiti
scolastici, sul lavoro o in altre attività;
b) spesso ha difficoltà a mantenere l'attenzione sui
compiti o sulle attività di gioco;
c) spesso non sembra ascoltare quando gli si parla
direttamente;
d) spesso non segue le istruzioni e non porta a
termine i compiti scolastici, le incombenze o i doveri sul
posto di lavoro (non a causa di comportamento oppositivo o
di incapacità di capire le istruzioni);
e) spesso ha difficoltà a organizzarsi nei compiti e
nelle attività;
f) spesso evita, prova avversione o è riluttante ad
impegnarsi in compiti che richiedono sforzo mentale
protratto (come compiti a scuola o a casa);
g) spesso perde gli oggetti necessari per i compiti o
le attività (per es., giocattoli, compiti di scuola, matite,
libri o strumenti);
h) spesso è facilmente distratto da stimoli estranei;
i) spesso è sbadato nelle attività quotidiane.
2. Sei (o più) dei seguenti sintomi di
iperattività-impulsività sono perdurati per almeno 6 mesi
con una intensità che causa disadattamento e contrasta con
il livello di sviluppo:
Iperattività
a) Spesso muove con irrequietezza mani o piedi o si
dimena sulla sedia;
b) spesso lascia il proprio posto a sedere in classe
o in altre situazioni in cui ci si aspetta che resti seduto;
c) spesso scorrazza e salta dovunque in modo
eccessivo in situazioni in cui ciò è fuori luogo (negli
adolescenti o negli adulti, ciò può limitarsi a sentimenti
soggettivi di irrequietezza);
d) spesso ha difficoltà a giocare o a dedicarsi a
divertimenti in modo tranquillo;
e) è spesso «sotto pressione» o agisce come se fosse
«motorizzato»;
f) spesso parla troppo;
Impulsività
g) spesso «spara» le risposte prima che le domande
siano state completate;
h) spesso ha difficoltà ad attendere il proprio
turno;
i) spesso interrompe gli altri o è invadente nei loro
confronti (per es., si intromette nelle conversazioni o nei
giochi).
B.
Alcuni dei sintomi di iperattività-impulsività o di
disattenzione che causano compromissione erano presenti
prima dei 7 anni di età.
C.
Alcuni problemi a seguito dei sintomi sono presenti in due o
più contesti (per es., a scuola [o al lavoro] e a casa).
D.
Deve esservi una evidente compromissione clinicamente
significativa del funzionamento sociale, scolastico o
lavorativo.
E.
I sintomi non si manifestano esclusivamente durante il
decorso di un Disturbo Generalizzato dello Sviluppo, di
Schizofrenia o di un altro Disturbo Psicotico, e non
risultano meglio attribuibili ad un altro disturbo mentale
(per es., Disturbo dell'Umore, Disturbo d'Ansia, Disturbo
Dissociativo o Disturbo di Personalità). |
Si noti
che, come per altri disordini dell'infanzia, c'è stato ampio
dibattito negli anni circa la descrizione più appropriata che
legittimi questa sindrome sul piano scientifico, e i confini e le
etichette che definiscono la sindrome sono cambiati ripetutamente
negli anni.
Possiamo comunque concludere che nel ragazzo con SDA molto spesso
sono presenti queste caratteristiche:
- Difficoltà di attenzione sostenuta che si riscontra in situazioni
sia scolastiche che sociali. Inoltre si presentano frequentemente
problemi nel prestare attenzione ai dettagli dei compiti da eseguire
che producono i conseguenti banali «errori di distrazione». Spesso
il risultato del lavoro dei ragazzi con SDA è incompleto,
disordinato e poco curato; per loro è molto difficile lavorare su
uno stesso compito per un periodo prolungato ed è anche per questo
motivo che essi non riescono a raggiungere gli obiettivi prefissati
dalla didattica scolastica. Sia in classe che nel gioco essi
cambiano frequentemente attività in quanto perdono brevemente
l'interesse in ogni iniziativa che venga proposta o che loro stessi
iniziano.
- Iperattività, caratterizzata da una continua agitazione,
difficoltà e rimanere fermo e seduto al proprio posto ed eccessiva
attività verbale e motoria. Le manifestazioni dell'iperattività si
modificano con l'età: prima dei sei anni l'iperattività è molto
evidente e questi bambini corrono avanti e indietro per la casa
arrampicandosi anche sui mobili. Dai sei anni in poi diminuisce la
frequenza e l'intensità di questi comportamenti, sebbene per
loro sia sempre difficoltoso restare seduti a tavola per tutta la
durata del pasto o guardare tranquillamente la televisione. Nell'età
adolescenziale e adulta le manifestazioni dell'iperattività
diminuiscono progressivamente di intensità, ma non scompaiono del
tutto e persiste un senso di irrequietezza, un'incapacità a stare
fermo o impegnarsi in una stessa attività per un periodo prolungato.
- Impulsività che rappresenta una caratteristica individuale
abbastanza stabile nel tempo e si manifesta nella tendenza ad agire
prima di aver riflettuto adeguatamente, nello «sparare» le risposte
prima che sia stata completata la domanda, nel non riuscire ad
aspettare il proprio turno nel gioco o in altre attività di gruppo.
Sono quindi frequenti le intromissioni o i commenti indesiderati tra
i compagni e con gli insegnanti, con conseguenze negative a livello
sociale, scolastico o occupazionale. Oltre che con una persistente
impazienza, l'impulsività si manifesta anche nell'intraprendere
azioni pericolose prima di aver considerato le possibili conseguenze
negative che possono generarsi.
Le
differenze fra sindrome da deficit attentivo e problemi della
condotta
Nel lavoro clinico spesso ci si scontra con la difficoltà di
discriminare fra i problemi della condotta e i problemi
comportamentali/relazionali derivanti dalle conseguenze
dell'impulsività e da una scarsa capacità di autoregolazione non
solo cognitiva ma anche emotiva.
In effetti numerose ricerche, tra cui quella di Biederman et al.
(1987), affermano che tra il 30% e il 35% dei ragazzi con SDA
presentano consistenti problemi di aggressività (disturbo oppositivo
provocatorio o disturbo della condotta).
La discriminazione quindi fra problema della condotta come problema
primario, e problema comportamentale secondario rispetto a quello
dell'attenzione e dell'impulsività, avviene analizzando da un lato
la preminenza di taluni problemi, dall'altro il contesto relazionale
e ancor più quello sociale, quasi attraverso un processo per
esclusione. Nei ragazzi con problemi di condotta si è riscontrata
una maggior presenza di problematiche familiari, sono più presenti
variabili psicopatologiche nella famiglia mentre le variabili
cognitive incidono in misura inferiore.
Nel ragazzo SDA dobbiamo fare attenzione, sia nella fase diagnostica
che nel trattamento, a quanti e a quali problemi comportamentali
sono imputabili a fattori cognitivi come ad esempio l'incapacità di
usare il pensiero sequenziale, e a fattori
relazionali/interpersonali che hanno a che vedere con il modo in cui
il ragazzo viene trattato, quali messaggi educativi gli vengono
inviati, in quali circuiti relazionali viziati si viene a trovare.
Bisogna tenere presente che i ragazzi con SDA e con problemi di
aggressività (che sono circa l'1%-1,5% dell'intera popolazione
scolastica) sono i casi più difficili in quanto presentano più
difficoltà cognitive dei soggetti con SDA pura e sono più aggressivi
di quelli con disturbo oppositivo provocatorio o disturbo della
condotta puri.
Il
ragazzo SDA e il ragazzo con problemi emotivi
Anche sotto il profilo dell'emotività non sempre è possibile
tracciare una linea di confine chiara che differenzi il disturbo SDA
da altre manifestazioni. Il ragazzo SDA ha generalmente un
atteggiamento meno preoccupato, rispetto al ragazzo con problemi
emotivi, per eventi che lo hanno coinvolto negativamente nel passato
e che potrebbero minacciarlo nel futuro. Anche su questo piano la
«velocità/superficialità» dell'analisi delle situazioni lo rende
ansioso più nella constatazione di un evento già verificatosi,
magari con esito negativo, che nella previsione e anticipazione di
quanto potrebbe accadere. Al contrario, il ragazzo ansioso è sempre
concentrato sull'aspettativa di un evento che immagina pericoloso
per la sua integrità fisica o psicologica. In questo caso la
difficoltà di concentrazione o l'agitazione motoria è più una
conseguenza del disagio provocato dall'ansia.
Non è insolito riscontrare che i ragazzi con SDA presentano anche
problemi di autostima, che sono dovuti soprattutto alla
constatazione dei frequenti insuccessi occorsi durante le loro
esperienze curricolari e interpersonali. In taluni casi, se non
adeguatamente supportati, questi ragazzi possono sviluppare uno
stile di learned helplessness, il quale spesso rappresenta
l'anticamera di un disturbo dell'umore.
Il
ragazzo SDA e i problemi di apprendimento
Altra nota dolente per il ragazzo con deficit attentivo è
costituita dagli scarsi risultati scolastici. Non sono rare le
difficoltà di apprendimento in ragazzi con sufficienti o addirittura
buone dotazioni intellettive di base. Non è difficile ricostruire
quali siano i motivi che portano un ragazzo SDA ad avere problemi di
apprendimento. Gli eventi cognitivi hanno bisogno di controllo
quando è necessario prendere una decisione: c'è bisogno di
riflessività, di dialogo interno. Quando tutto questo non avviene
con una certa sinergia, il risultato non è ottimale e le conseguenze
sul piano scolastico non si fanno attendere. Il problema di
apprendimento nel ragazzo SDA si colloca in un sistema a interazione
circolare fra processi cognitivi regolati dall'attenzione in modo
scadente e strategie cognitive deboli che comunque non vengono poi
adottate in modo funzionale. Ancora più complessa si rivela la
costruzione di piani di esecuzione adeguati.
Anche nel ragazzo che ha soprattutto problemi di apprendimento
possiamo frequentemente constatare che alcune difficoltà di
autoregolazione e di «attenzione sostenuta» interferiscono con i
processi cognitivi per lo svolgimento di un compito. L'assenza di
autoregolazione (legata non solo all'impulsività, ma anche alla
passività) può diventare un problema così rilevante da suggerire
anche in questo caso l'uso di programmi di autoregolazione. Nel
ragazzo SDA l'esito negativo dell'apprendimento ha come fattore
scatenante le difficoltà attentive che, a loro volta, hanno
contribuito a ostacolare l'implementarsi di strategie cognitive
utili e una regolazione efficace dei processi cognitivi. Quindi il
ragazzo SDA in situazioni ottimali non manifesta cadute specifiche
nei processi cognitivi attivati in un compito; semmai la difficoltà
si estrinseca nella loro regolazione e nella scarsa possibilità di
costruzione di strategie efficaci e flessibili adeguate al compito.
Sebbene nel contesto italiano non siano stati ancora presentati dati
specifici, gli insegnanti spesso riferiscono che i ragazzi con SDA
evidenziano difficoltà nella comprensione del testo, nella soluzione
dei problemi matematici e nello studio orale. Tutto questo potrebbe
essere ascrivibile alle difficoltà strategiche e di organizzazione
cognitiva descritte sopra, abilità indispensabili per realizzare
detti compiti. Un'altra ipotesi che stiamo indagando con oppurtune
ricerche è il deficit di inibizione dell'informazione irrilevante:
la memoria di lavoro dei soggetti con SDA sarebbe ostacolata, nei
processi di elaborazione, da numerosi input ancora attivi e che,
normalmente, dovrebbero essere inibiti per riuscire a comprendere e
a memorizzare in modo efficace.
Inquadriamo il problema in aspetti primari e secondari
Procediamo ora a una fase di individuazione più precisa del
problema del ragazzo SDA che viene da molti autori considerato un
disturbo almeno in parte transazionale (Henker e Whalen, 1989),
risultato dell'interazione del ragazzo con i vari aspetti del suo
ambiente sociale e dell'apprendimento. La relazione biunivoca che si
viene a stabilire tra questi fattori fa sì che le implicazioni
emotive/affettive e motivazionali non possano non influire (Prior e
Sanson, 1986) sullo sviluppo dell'autostima e delle relazioni
sociali con adulti e coetanei. Douglas (1983) considera che i
processi di base per produrre una buona autoregolazione sono:
- investimento, organizzazione, mantenimento dell'attenzione e dello
sforzo
- inibizione della risposta impulsiva
- modulazione dei livelli di attivazione in funzione della richiesta
ambientale
Douglas
afferma inoltre che l'attenzione selettiva rappresenta un indice
poco utile per discriminare i ragazzi SDA dagli altri mentre è molto
più indicativa l'attenzione sostenuta, cioè il processo che
coinvolge l'attenzione in termini di durata nel tempo e il grado di
autodirezione e organizzazione dell'attenzione stessa. Questo
aspetto sembra essere direttamente correlato alla soluzione di
problemi e alla costruzione di strategie per risolverli.
Il fallimento dei processi inibitori può essere coinvolto in quanto
non aiuta il sostenimento del processo attentivo nel senso di
autodirigerlo. Questi fattori sono importanti dal punto di vista
evolutivo poiché possono frenare un'adeguata crescita e integrazione
dei processi di elaborazione delle informazioni e di costruzione di
efficaci strategie di risoluzione dei problemi. L'autoregolazione di
questi processi nel ragazzo SDA risulta compromessa e non può non
avere riflessi sulle credenze attributive e motivazionali dello
stesso in quanto l'uso di strategie è a sua volta influenzato da
processi attributivi di costruzione dell'autostima e di
rappresentazione del Sé (Borkowski, 1988). In aggiunta a quanto
detto, in questi ragazzi il naturale processo di mediazione verbale
dei processi cognitivi e comportamentali che porta
all'autoregolazione (Luria, 1961; Vygotski, 1960) non riesce a
svilupparsi adeguatamente. Levine (1987) ha anche ipotizzato un
deficit dei sistemi neurocomportamentali del controllo e in tale
direzione si è mosso anche chi ha ipotizzato cause genetiche,
biologiche e disfunzioni neurochimiche che hanno peraltro trovato
riscontro nei risultati clinici dei bambini trattati
farmacologicamente.
I problemi secondari (ma non di secondaria importanza per
l'adattamento e la crescita del ragazzo) sono:
- le difficoltà di comportamento
- le difficoltà di relazione con i coetanei
- la scarsa capacità di regolazione emotiva (rabbia, frustrazione,
ecc.)
Nelle
difficoltà di comportamento si intravedono i riflessi dei fattori
primari e delle reazioni circolari che si vengono a creare tra il
ragazzo e i soggetti con cui egli interagisce (genitori, educatori,
insegnanti). Frequentemente, e spesso inconsapevolmente, gli adulti,
con rimproveri e prescrizioni ripetute, stabiliscono interazioni
negative ripetute che possono imbrigliare il ragazzo in
comportamenti disfunzionali. Le difficoltà di relazione con i
coetanei spesso si manifestano con atteggiamenti bulleschi,
difficoltà ad aspettare il proprio turno, difficoltà nel fare giochi
dove, oltre all'abilità, sia richiesta la riflessione. L'impulsività
motoria e/o emotiva ha frequentemente come esito quello di fare
«terra bruciata» attorno al ragazzo che spesso non risulta fra i
compagni «scelti» dalla classe o dal gruppo di gioco.
Fattori
ambientali e educativi
Numerosi studi e l'osservazione clinica confermano l'ipotesi di
un disturbo in parte transazionale dove, pur essendoci implicazioni
di tipo biologico funzionale, l'ambiente dove tutto ciò si sviluppa
e i sistemi relazionali con cui il ragazzo ha avuto a che fare
durante il suo sviluppo determinano differenze spesso sostanziali.
Un ambiente disorganizzato non solo sul piano educativo ma anche su
quello fisico non facilita lo strutturarsi di un ordine mentale così
necessario a questi ragazzi. Viceversa, un ambiente fisicamente ed
educativamente molto rigido (stare fermi, stare composti, continui
rimproveri per lo scarso autocontrollo, eccessiva richiesta di
ordine, ecc.) espongono il ragazzo a continui fallimenti e
frustrazioni con le conseguenze implicite. Uno stile educativo
basato sulla continua richiesta di spiegazioni riguardo a un
comportamento inadeguato non trova esito in un ragazzo così
naturalmente poco elaborativo. Il lasciare troppo spazio fin dai
primi anni di vita all'autogestione, senza un valido supporto di
guida da parte dei genitori che non riescono a prendere decisioni e,
al bisogno, non danno ordini precisi e concisi di comportamento,
lasciano il ragazzo da solo con le sue difficoltà e con scarse
possibilità di interiorizzare comportamenti adeguati.
Il
trattamento
I trattamenti si dividono principalmente in due filoni:
1. farmacologico
2. psicologico
Il
trattamento farmacologico più efficace si è dimostrato quello con
stimolanti, soprattutto Meltifenidato (Ritalin), non in commercio in
Italia, o con le anfetamine (Benzedrina e Dexedrina). In generale i
farmaci favoriscono l'aumento della vigilanza e dei processi
attentivi e si dimostrano efficaci soprattutto nei casi più gravi.
Il trattamento farmacologico ha comunque necessità di essere
protratto nel tempo, non modifica quelle che sono le interazioni
negative preesistenti con l'ambiente e soprattutto comporta spesso
pesanti effetti collaterali di carattere fisico. L'intervento
esclusivamente farmacologico ha poi la peculiarità di sottolineare
ed evidenziare una sorta di stigmatizzazione del disturbo come
«malattia», deresponsabilizzando chi interagisce con il ragazzo.
Favorisce quindi tutta una serie di attribuzioni esterne da parte di
genitori e educatori.
Vi sono invece varie forme di intervento psicologico che vanno dalla
psicoterapia classica, a impostazione psicodinamica, alla
modificazione del comportamento, alle tecniche di problem-solving
interpersonale, al lavoro sulla famiglia, ai programmi intensivi
estivi (per una rassegna si veda Richters et al., 1995).
La psicoterapia tradizionale, soprattutto se di tipo introspettivo o
rivolta esclusivamente al ragazzo, non ha dato finora risultati
chiari e definitivi. Hanno dato risultati interessanti i metodi che
hanno come obiettivo il miglioramento delle relazioni con gli altri
tenendo in considerazione il sistema interattivo e il contesto di
azione del ragazzo. Un recente e promettente approccio si avvale
inoltre di un intervento che mira allo sviluppo dell'autoregolazione
(Kendall e Braswell, 1980), aiutando il ragazzo a costruire
strategie di approccio per risolvere problemi cognitivi e
interpersonali basandosi sui programmi di autoistruzione originati
dal lavoro di Meichebaum (1977). A tale ultimo approccio si ispira
il trattamento da noi proposto, che include l'aspetto relazionale e
l'aspetto cognitivo-comportamentale, senza trascurare tutti gli
aspetti attributivo-motivazionali, da un lato, e quelli
metacognitivi dall'altro. Data la problematicità di molti casi e le
difficoltà che si possono incontrare nell'ottenere anche modesti
miglioramenti, conveniamo con l'idea oggi prevalente (si veda per
esempio Richters et al., 1995) secondo cui si devono mobilitare
tutte le risorse disponibili al fine di aiutare il soggetto SDA.
Il nostro programma costituisce la prima proposta strutturata in
lingua italiana per la promozione delle abilità di autoregolazione.
Sperimentazioni italiane che hanno mostrato l'efficacia di programmi
di autoregolazione sono state effettuate per tesi di laurea e di
perfezionamento da Annalisa Masi (con tre bambini della terza
elementare) e da Silvia Gasperin (con un ragazzo di prima media). Il
presente programma è stato sperimentato con buon successo dai dott.
Vio, Offredi e Marzocchi (1997) nell'A.U.L.S.S. di S. Donà di Piave
e nelle scuole elementari della provincia di Ferrara.
Esistono comunque molti problemi per la valutazione degli esiti di
un lavoro su soggetti con problemi di autoregolazione (si veda
Whalen e Henker, 1991). La prima valutazione deve riguardare i
comportamenti problema a scuola anche se essa incontra il limite di
essere affidata alla stima soggettiva dell'insegnante: si suggerisce
di usare la Scala per l'individuazione di comportamenti di
disattenzione e iperattività/SDAI (ed eventualmente la scala ridotta
Conners Teacher Rating Scale/CTRS) prima e dopo il trattamento. Per
il riferimento della scala completa CTRS si rimanda al volume di
Kirby e Grimley (1989) nell'edizione italiana, Disturbi
dell'attenzione e iperattività. In secondo luogo si possono usare
riferimenti legati alla prestazione scolastica del soggetto (misure
ottenute in collaborazione con gli insegnanti). In terzo luogo si
possono avere informazioni relative all'ambiente familiare o
all'autopercezione con le scale che abbiamo predisposto a tale
scopo. A queste valutazioni possono essere associate procedure di
testing cognitivo (qui noi proponiamo tre prove) ove gli effetti non
sempre sono ugualmente evidenti (si veda Fehlings et al., 1991) per
il fatto che le prestazioni del soggetto in ambiente «protetto»
possono essere in generale più buone, anche inizialmente, e quindi
meno informative.
Piani di
preparazione per l'intervento
Anche se il trattamento da noi proposto può apparire rigido
nelle proposte e nella sequenza degli obiettivi da perseguire,
auspichiamo invece un approccio flessibile e individualizzato alle
problematiche presentate dal ragazzo e/o dalla famiglia.
Come si può facilmente intuire, il primo obiettivo per l'operatore è
la costruzione di un piano diagnostico dove già parecchie
informazioni sono rilevabili dalle prove proposte al ragazzo, ma
dove sarà importante arrivare a una discriminazione tra le varie
manifestazioni (impulsività, problema di attenzione, iperattività,
difficoltà relazionali, problemi della condotta) e magari riuscire a
gerarchizzare una manifestazione rispetto alle altre. Esistono altri
fattori associati al problema SDA rilevabili dall'intervista con i
genitori, gli insegnanti o dall'osservazione diretta, che aiutano a
focalizzare lo sforzo dell'operatore nella direzione più efficace.
Nella fase dell'intervento, prescindendo dagli obiettivi di ogni
passo o seduta, l'operatore deve essere consapevole di dover
tracciare un protocollo individuale per il ragazzo in cui, pur
trattando tutte le abilità da acquisire, attenzione particolare
(maggiori richiami, frequenti ristrutturazioni, riferimenti
concreti, ecc.) va data alle abilità di cui si riscontra particolare
carenza nel ragazzo stesso. Dalla tabella 2 che segue possiamo
individuare alcune abilità fondamentali per il training del ragazzo
SDA (alcuni materiali riportati in queste sezioni sono parzialmente
ripresi da Braswell e Bloomquist, 1991).
Il ruolo
della famiglia nel trattamento
È stato più volte fatto cenno all'importanza della famiglia per
quanto concerne il contesto educativo e relazionale nel quale vive
il ragazzo SDA. Non dobbiamo sempre pensare alla famiglia del
ragazzo SDA come a una famiglia con problemi psicopatologici e con
disordini gravi. La realtà non conferma costantemente questo. Noi
pensiamo che si assista spesso all'adozione di strategie educative
non adeguate per quel tipo particolare di ragazzo o, per dir meglio,
le strategie educative, adottate anche se non funzionano, vengono
utilizzate con rigidità e insistenza. Ciò denota uno stile educativo
poco vario.
TABELLA
2
Abilità incluse nel traininig
1. Training di autoistruzione e di problem-solving
a) strategie di autocontrollo
b) componenti delle abilità
- riconoscimento dei problemi
- generazione di soluzioni
- pensiero consequenziale
- anticipazione degli ostacoli
- esecuzione di specifici comportamenti
c) prendere decisioni nel problem-solving
2. Training di problem-solving
interpersonale
3. Gestione di rabbia e frustrazione
4. Gestione dello scarso impegno
5. Training di abilità sociali
6. Metacognizione
7. Attribuzione di impegno personale |
La famiglia
comunque non va mai colpevolizzata o trattata come quella che ha
sbagliato tutto o quasi; non si deve veicolare ai genitori il dubbio
che loro, come genitori, siano sbagliati, che non abbiano saputo
fare, ecc. Gli operatori sanno qualcosa in più ma non possono avere
la presunzione di avere le ricette giuste o peggio di «saper fare
meglio» dei genitori. Se lo sanno fare non lo devono esplicitare. È
importante promuovere la collaborazione dei genitori per meglio
attivare quello che spesso per la famiglia si prospetta come un
grande cambiamento. Dalla tabella 3 che segue si possono intravedere
dei profili di osservazione utili all'individuazione delle strategie
educative e delle debolezze relazionali della famiglia.
TABELLA
3
Fattori cognitivi e comportamentali associati alle disfunzioni
relazionali della famiglia del ragazzo SDA
Aspetti cognitivi
1. Attribuzioni disfunzionali
- verso il ragazzo
- autobiasimo
2. Credenze non realistiche
- fisse e globali verso il ragazzo
- fisse e globali verso se stessi
3. Aspettative non realistiche
4. Locus of control esterno
Aspetti comportamentali
1. Rinforzo per comportamenti inappropriati
2. Scarso rinforzo positivo per comportamenti
appropriati
3. Disciplina inefficace
4. Scarso monitoraggio del ragazzo da parte dei
genitori
5. Rabbia impulsiva |
Spunti
per discutere del problema con i genitori
Durante il primo incontro l'operatore dovrà prestare più
attenzione a come i genitori vivono e si rappresentano il problema
del figlio piuttosto che esordire con una serie di affermazioni e
informazioni relative alla problematica del ragazzo. Avere la
collaborazione dei genitori, attraverso un attento e misurato
coinvolgimento, si dimostrerà di estremo vantaggio quando sarà
necessario che il ragazzo trovi un adeguato supporto e
incoraggiamento nell'applicazione pratica delle regole di
autocontrollo nella vita quotidiana. Il genitore il quale pensa che
il figlio sia così soltanto perché non vuole fare diversamente, che
lo sgrida e lo riprende in continuazione senza adottare nessun
atteggiamento positivo, può lavorare in buona fede al suo progetto,
ma di sicuro remerà in senso contrario alla nostra direzione.
1. Bisognerà lentamente rivedere le attribuzioni dei genitori
relative alle cause del problema del figlio.
2. Formarli nella gestione del figlio per aiutarlo a
governare e risolvere le sue difficoltà.
3. Aiutarli a ottenere collaborazione da parte del figlio. È
fondamentale siano coinvolti perché la loro collaborazione è
importante per riverberare le acquisizioni del figlio durante le
sedute e perché egli generalizzi, anche ad altri ambiti, il nuovo
schema strategico per affrontare generiche situazioni di
problem-solving.
Attribuzione dei genitori
Spesso i genitori attribuiscono genericamente ai problemi del figlio
quelle caratteristiche comportamentali che sfuggono al loro
controllo.
- Possono vedere il figlio come portatore di un problema su cui
loro, come genitori, non hanno alcun potere sul piano educativo:
«Lui è fatto così»; «Assomiglia a...».
- Talvolta, al contrario, non riescono a intravedere nel figlio
caratteristiche specifiche del problema e si addossano la colpa
dell'insuccesso educativo come unica causa.
- Spesso il genitore non ha aspettative nel senso che non crede che
il bambino potrebbe comportarsi adeguatamente e in modo diverso.
- Talvolta i genitori vivono con un senso di impotenza la loro
incapacità di controllo sul suo comportamento.
- Spesso sottolineano accanitamente una serie di comportamenti,
sempre i soliti, e ignorano altri aspetti positivi del comportamento
del ragazzo che possono diventare invece un punto di forza per
creare un rapporto più sereno, non caratterizzato da continui
rimproveri che facilitano l'instaurarsi di circoli viziosi.
L'intervento per la gestione del figlio
Su questo piano l'intervento, nel rispetto dell'approccio personale
dell'operatore, dovrà promuovere cambiamenti affinché i genitori
arrivino a pensare:
1. Anche noi genitori siamo una parte del problema di nostro
figlio in quanto siamo in relazione con lui e con le risposte che
lui dà all'ambiente.
2. È naturale fare degli errori, non si avranno cambiamenti
immediati, ci saranno ricadute ma bisognerà ritentare e non
scoraggiarsi.
3. Adesso che abbiamo capito qual è il problema, è utile
insegnargli al più presto alcune modalità e/o regole di
comportamento. In questo modo possiamo evitare che adotti
comportamenti scorretti che a loro volta costituirebbero ulteriori
fonti di frustrazione. Dopo potrebbe essere troppo tardi.
4. I problemi del ragazzo potrebbero non sparire ma il fatto
di lavorare per una loro attenuazione o per una più facile gestione
delle sue difficoltà costituisce un intervento significativo e
valido per un miglior adattamento futuro all'ambiente del ragazzo
stesso.
5. Anche io come genitore sono coinvolto nell'intervento, non
solo l'operatore, quindi anch'io devo attuare alcuni cambiamenti per
evitare che alcuni miei modi di fare possano innescare nel ragazzo
vecchie modalità di risposta.
Consigli
per aiutare i genitori ad aiutare il figlio
Il modo che, a nostro avviso, permette di rendere subito attivo
l'aiuto dei genitori senza richiedere loro troppo sforzo, è quello
di iniziare a capire che tipo di rappresentazione essi abbiano del
problema relativo alla difficoltà di autoregolazione. Solo se si
conosce questa rappresentazione sarà poi possibile trovare le
strategie adeguate, note all'operatore, per apportare alcuni
cambiamenti alla rappresentazione stessa e al comportamento del
genitore rispetto al figlio.
È sconsigliato un intervento di tipo prescrittivo e troppo diretto
se il genitore si trova su posizioni troppo diverse da quelle
dell'operatore. Senza un linguaggio «comune» con la famiglia si
rischia di «bruciare» interventi o prescrizioni che verrebbero
eseguite male, con scarsa convinzione e che naturalmente non
porterebbero ad alcun risultato.
L'operatore deve anche fare attenzione a non «convincere» che
l'intervento eliminerà per certo tutti i problemi: questo potrebbe
creare aspettative troppo alte con un effetto boomerang alle prime
difficoltà. Sarà utile dare il messaggio che l'intervento è un
potente aiuto se attuato con la collaborazione di tutti e che il
contributo di tutti permetterà di aumentarne i benefici, aiuterà a
sostenere la fatica e potrà essere utilizzato e in seguito
generalizzato per ogni situazione problematica della vita quotidiana
del ragazzo.
Aspetti
cognitivi e comportamentali
Sulla base di tale premessa risulterà più efficace un
trattamento che includa costanti contatti con la famiglia. Nel
training viene sviluppata una parte generica rivolta al rapporto con
i genitori: non si è voluto in questa prima fase di presentazione
del trattamento definire in modo sistematico tutti i passaggi
necessari per un efficace lavoro con i genitori, che abbisogna
sicuramente di più incontri o molti più contatti di quanti ne
vengono menzionati nell'attuale programma. L'operatore dovrebbe
sicuramente avere chiari i punti fondamentali che possono essere
riassunti nella tabella 4.
Dobbiamo comunque ricordare come l'apprendimento e il cambiamento
non siano per il ragazzo, per i genitori e anche per gli insegnanti
processi facili, diretti, di semplice attivazione. Le famiglie e i
ragazzi collaborativi non sono molti. Non sempre le persone sono
disposte ad aderire tranquillamente a quelle che sono le proposte
che a noi operatori sembrano talvolta addirittura scontate.
L'operatore esperto è sempre all'erta rispetto alle consegne
eseguite parzialmente, ai commenti, alle resistenze. Quando tutto
questo si presenta deve essere viva la consapevolezza che un
linguaggio esclusivamente descrittivo e prescrittivo non sarà
sufficiente a promuovere dei cambiamenti e soprattutto a farli
durare nel tempo. L'operatore esperto deve utilizzare linguaggi e
manovre che gli sono congeniali ma che devono adattarsi
all'obiettivo principale: promuovere cambiamenti effettivi,
efficaci, duraturi. Se questo non avviene significa che non è stato
raggiunto l'obiettivo dell'intervento e dire che la famiglia o il
ragazzo non ha aderito alle proposte non sarà una scusa sufficiente.
I
rapporti con la scuola
L'ambiente più problematico per il ragazzo è sicuramente la
scuola. È in questo contesto che spesso si riflettono i limiti, le
difficoltà e talvolta le diversità del ragazzo.
TABELLA
4
Abilità da promuovere durante le sedute con i genitori
1. Modificare i pensieri e gli atteggiamenti dei
genitori
- educazione
- ristrutturazioni cognitive e rifocalizzazioni
2. Gestione cognitiva e comportamentale del ragazzo
- osservazione di se stessi e del ragazzo
- favorire e rinforzare l'applicazione delle nuove abilità
del ragazzo a casa
3. Gestione del comportamento del ragazzo
- migliorare le relazioni attraverso momenti particolari di
gioco e attività piacevoli svolte assieme
- rinforzare i comportamenti positivi
- dare comandi precisi e sintetici
- imparare a gestire i divieti
- strutturare l'ambiente
- contratti comportamentali
- monitoraggio |
(Tratto da
Braswell e Bloomquist, 1991)
Gli
insegnanti e i compagni possono rappresentare un ulteriore problema
se le strategie di intervento educativo, didattico e relazionale non
sono adeguate. Spesso l'insegnante identifica il problema e si
accorge che il ragazzo è distratto, in difficoltà. Ciò non è
sufficiente a reperire soluzioni adeguate, dal momento che spesso il
ragazzo viene considerato poco attento perché demotivato, mancante
di buona volontà, ecc. Le strategie educative finiscono quindi per
essere troppo spesso continui richiami, castighi, rimproveri,
umiliazioni. Talvolta, se l'insegnante intuisce felicemente che si
tratta di un problema non imputabile interamente alla volontà
dell'alunno, abbozza qualche strategia ma non sempre riesce a
intervenire in modo sistematico data la complessità del problema.
Negli insegnanti, come nei genitori, si assiste alla formulazione di
attribuzioni che possono diventare dei veri e propri ostacoli.
Gli obiettivi dell'operatore rispetto alla scuola possono quindi
essere riassunti come nella tabella 5.
TABELLA
5
Obiettivi da tenere presenti nella consultazione scolastica
1. Modificare pensieri ed emozioni; promuovere
ristrutturazioni in ambito educativo
2. Spiegazione delle abilità del ragazzo
3. Pianificare metodi per promuovere generalizzazione
delle abilità acquisite in ambiente scolastico
4. Sostegno delle strategie acquisite
- metodi per sollecitare l'uso delle strategie
- metodi per valutare le strategie usate
- metodi per riutilizzare strategie già usate
5. Pianificare specifici interventi comportamentali |
Il lettore
a questo punto sarà sorpreso che l'intervento risulti tanto
complesso. Non possiamo che concordare con lui ed è per questo che
pensiamo che il programma che segue sia solo una parte del lavoro
che deve essere svolto. Deve anche essere chiaro che non tutte le
situazioni da affrontare presenteranno lo stesso grado di
complessità e gravità. Ci auguriamo comunque che l'operatore abbia
molteplici possibilità di seguire ragazzi SDA in modo da
personalizzare il suo intervento e meglio comprendere le sfumature
del nostro lavoro che di primo acchito, ci rendiamo conto, potrebbe
sembrare un po' troppo sistematizzato.
Contatto
con la scuola
Nel contattare gli operatori scolastici bisognerà prestare
attenzione all'atteggiamento e alle strategie più adeguate da
utilizzare per evitare, da parte degli insegnanti, rappresentazioni
non corrette del problema del ragazzo SDA/SDAI: talvolta essi
tendono a minimizzare e giustificare le manifestazioni
sottovalutandole (ciò avviene in realtà piuttosto di rado), mentre
il più delle volte tendono esageratamente a fare attribuzioni di
difetti di personalità, di carattere, di estrazione sociale, di
interpretazioni causali frutto di sole ipotesi non verificate né
approfondite.
Come ben sappiamo, ognuno di noi, di fronte a un fatto
apparentemente non spiegabile per le proprie conoscenze ed
esperienze, non si limita a osservare ma tenta comunque di darne una
spiegazione in base alle proprie mappe concettuali della realtà.
È facile ad esempio trovare il genitore o l'insegnante che si
rappresenta la realtà del bambino iperattivo e/o con deficit
attentivo come frutto di esclusiva immaturità e del voler restare
bambino; lo vede talvolta con tratti delinquenziali, oppure
maldestro per mancanza di educazione, incapace di assumersi delle
responsabilità, psicologicamente disturbato e con alle spalle enormi
conflitti di cui il comportamento è l'espressione, ecc. È anche
molto probabile che alcuni di questi fattori, in piccola parte,
siano presenti sia nei bambini con problemi di attenzione sia in
altri. Il dato interessante è che, poiché ancora poche persone hanno
una conoscenza del problema nei contorni attualmente conosciuti,
l'aspetto cognitivo e di autoregolazione o di scarsa autostima, ecc.
non viene tenuto in considerazione perché non è rappresentato nella
mappa cognitiva dell'insegnante o del genitore.
L'operatore, in questo caso, deve fare attenzione e non calcare
eccessivamente la mano nel tentativo di presentare il bambino nello
stesso modo in cui lo conosce lui.
Chi conosce la funzione comunicativa sa che quello che noi
comunichiamo viene comunque filtrato dalla mappa cognitiva
dell'altro che ci ascolta. Ad esempio il parlare di «sindrome» può
generare nell'altro il concetto di malattia, quindi di qualcosa di
immodificabile, una patologia ghettizzante, addirittura di handicap.
Sinceramente, fra l'idea che un bambino sia «malato irreversibile» e
quella che sia un piccolo «delinquente», sarebbe preferibile la
seconda perché comunque offre più chances al bambino il quale può
essere «pensato» come un soggetto per cui vale la pena combattere
per migliorarne il comportamento. Di fronte al concetto di
«malattia», soprattutto se coinvolge la componente psichica, c'è
ancora molto pregiudizio; lo si vede come un fatto immutabile,
spesso qualcosa di geneticamente determinato verso cui non è
consigliabile nutrire aspettative positive. Chi lo percepisce in
questo modo non si aspetta granché.
È preferibile quindi affrontare il problema su di un piano diverso,
fornendo le informazioni scientificamente corrette relative alle
caratteristiche del ragazzo. All'insegnante o al genitore bisogna
chiarire il problema con una descrizione dettagliata del
comportamento del ragazzo. Differenziare impulsività da
iperattività, spiegare come si può innescare la spirale della
perdita di controllo. Nell'approfondire l'aspetto relazionale
occorre far capire all'insegnante che il suo comportamento, senza
intenzione, può agire di rinforzo al comportamento inadeguato del
ragazzo.
Prima di dare indicazioni sul da farsi è opportuno raccogliere una
mappa puntuale e particolareggiata di cosa succede in classe quando
il bambino si comporta in un certo modo, cosa fa lui e cosa fanno
gli altri, in quali momenti si manifesta, se ci sono momenti della
giornata in cui alcuni comportamenti sono più frequenti. Cosa ha
tentato finora l'insegnante. Cosa fa l'insegnante (lo richiama,
quante volte lo richiama, gli dice sempre cosa deve fare e come
dovrebbe comportarsi, lo rimprovera, lo umilia di fronte agli altri,
lo ignora quando il comportamento non è adeguato, preferisce
prenderlo con dolcezza, lo punisce, ecc.).
Ovviamente il comportamento dell'insegnante, quale che sia,
influenza quello del ragazzo in una direzione o nell'altra. Spesso è
proprio da qui che partono alcuni atteggiamenti negativi che non
sono generati dal problema attentivo ma si inquadrano in situazioni
in cui gli aspetti motivazionale, relazionale, attributivo ed
emotivo sono molto rilevanti. È necessario spiegare all'insegnante
come spesso il fatto di essere ripreso costituisca un vantaggio per
il ragazzo che così richiama l'attenzione in modo negativo perché è
anche convinto di non poterla attirare con un comportamento o un
rendimento adeguato.
È facile rendersi conto come la classe possa tramutarsi in una
platea attenta e implacabile dove giorno dopo giorno viene recitata
la medesima scena, dove tutti, con il tempo, imparano la loro parte
e ogni attore si specializza nel proprio ruolo ma con la difficoltà
di cambiarlo perché imbrigliato dal comportamento degli altri.
Queste sono le situazioni da evitare. Lo sforzo con i docenti va
nella direzione non tanto di prescrivere fredde regole
comportamentali ma di convincerli a utilizzare comportamenti
alternativi e flessibili. La proposta di utilizzare comportamenti
diversi e meno prevedibili va utilizzata anche per avere
informazioni aggiuntive e alternative sul comportamento del ragazzo
posto in contesti relazionali diversi. Tale proposta offre spesso
l'opportunità allo stesso insegnante di osservare dei comportamenti
del ragazzo che non conosceva. L'obiettivo è quello di far pensare
l'insegnante in termini di relazione e non solo di osservazione del
comportamento; far parte del rapporto, viversi come fattore
influente, modificante. Dobbiamo aiutare l'insegnante a vedere la
situazione secondo angolature e prospettive che mutano e integrano
la visione del problema. Possiamo ipotizzare, quindi, più di un
incontro con la scuola qualora si apra un varco di collaborazione
tra operatore e insegnanti.
Il contatto
con la scuola affronterà quindi i seguenti argomenti:
1. Raccolta di informazioni sul comportamento del ragazzo a
scuola.
2. Compilazione della scheda di osservazione.
3. Illustrazione e spiegazione dei comportamenti del ragazzo
(difficoltà attentive, impulsività, presenza più o meno rilevante di
iperattività, facilità nella perdita del controllo).
4. Presenza di sintomi secondari (scarso rendimento
scolastico, aggressività fisica o verbale, scarsa autostima,
difficoltà di relazione con i coetanei).
5. Impostazione della collaborazione con l'insegnante.
Evidenziare gli accorgimenti che favoriscono il ragazzo con deficit
attentivo in situazioni in cui deve riflettere. Sarà necessario
evidenziare che imparare ad autocontrollarsi è un apprendimento come
tutti gli altri.
All'insegnante si dovranno sottolineare gli aspetti positivi del
comportamento e del rendimento, presentare il lavoro da svolgere in
modo ben organizzato e pianificato; si dovrà puntare sulla qualità,
tener conto che si è bravi non solo quando una cosa è esatta ma
anche quando si è riflettuto e si è pianificato come fare.
L'insegnante potrà ricevere i tipici consigli che si danno in questi
casi, per esempio: localizzare il banco lontano delle vie principali
di passaggio e dalla finestra, mettere vicino al ragazzo compagni
caratterizzati da un comportamento più calmo e riflessivo. In alcune
situazioni dare schemini con parole chiave relativi al piano e agli
obiettivi da perseguire; accertare infine che il ragazzo tenga sotto
controllo alcuni aspetti principali (il diario, il testo delle
consegne, l'uso dei materiali).
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Vedi anche:
C. Cornoldi et al.,
Impulsività
e autocontrollo,
Erickson, 1996 |