Attaccamento e amore

La perdita, il lutto, il dolore

La vita dei singoli è contrassegnata dalla perdita di persone care, e, in simili frangenti, è necessario assecondare il “lavoro del lutto”; darsi cioè lo spazio e il tempo per elaborare gli eventi e salvare del passato ciò che merita di essere salvato.
L’elaborazione del lutto è il processo necessario ad accettare e superare la perdita di una persona cara. Può richiedere un periodo più o meno lungo e seconda delle circostanze e della persona.
La capacità di affrontare le avversità e il dolore deriva dalla qualità positiva o negativa delle relazioni interpersonali, che il soggetto ha costruito sin dalla sua infanzia. Proprio durante l’infanzia la persona inizia a costruire il suo Sé, la fiducia nelle proprie capacità e verso il mondo circostante, la sua autonomia. Gli adulti con genitori che hanno favorito la loro autonomia, riescono ad affrontare meglio le separazioni e quindi il lutto, poiché possiedono una buona autostima.
Alcuni fattori sono in grado di influenzare la percezione del Sé e degli altri nel corso della vita, come ad esempio: a) i primi e significativi segni dell’invecchiamento fisico, b) le malattie e il deterioramento fisico e mentale, c) la morte dei genitori e successivamente del compagno o della compagna, d) la trasformazione dei figli in adulti, e) esercitare e perdere potere nel luogo di lavoro, f) la nascita dei nipoti, g) la menopausa.
Successivamente dai cinquant’anni in poi, vi è la crescente consapevolezza della propria temporalità e la graduale accettazione dell’inevitabilità della propria morte. In questa fase critica dell’esistenza, le persone devono riequilibrare la propria personalità poiché devono distaccarsi da aspetti giovanili del Sé, sostituendoli attraverso la presa di coscienza che un Sé di mezza età può godere di un altissimo livello di autonomia,competenza, potere e vicinanza agli altri.
Questo processo può avvenire senza traumi e drammi solo se il soggetto possiede delle buone rappresentazioni di Sé e degli altri, che servono a formare e regolare le relazioni interpersonali, l’autostima e il senso di identità.
Laddove la persona vacilla di fronte all’idea della morte o al lutto, si rischia una perdita delle relazioni interpersonali e del contatto con la realtà, un rinchiudersi in sé che può sfociare in crisi d’ansia, depressione,disturbi ossessivo-compulsivi, e nei casi peggiori nel suicidio.
Il concetto di morte è compreso intuitivamente da bambini molto piccoli ( dai tre anni) e concettualmente dai 10 anni in poi, ma la mancanza di perdite dei genitori, di lutti e la spinta evolutiva dell’adolescenza, unita alla consapevolezza di un futuro tanto lungo da sembrare infinito, minimizzano la portata di questa scoperta concettuale.
Durante l’adolescenza e l’età adulta il processo di invecchiamento, esperienze pericolose, la morte di nonni e qualche volta genitori,colloca la morte all’interno di una realtà piena di dolore, ma ancora lontana.
Arrivato il fatidico bivio della mezza età,la morte è messa incredibilmente a fuoco,accettata come l’inevitabile e definitiva separazione. Le perdite sperimentate nella mezza e tarda età sono accettate bene dalla maggior parte delle persone se esiste il tempo per riflettervi e poterle comparare con quelle dei pari.
La percezione dello scorrere ineluttabile del tempo conduce l’adulto ad una più profonda e completa comprensione delle relazioni con gli altri e della condizione di essere umano.
A livello psicologico, si fa vivo il desiderio di sperimentare qualcosa di simile ad una rielaborazione emotivamente gratificante che il bambino – dai due anni in su – sperimenta tornando dalla madre. Nell’età adulta, il bisogno di sostegno emotivo è innescato dal rafforzarsi delle relazioni con la moglie/il marito, i figli e i nipoti che hanno sostituito affettivamente i genitori della persona che non c’è più.
A conclusione della presentazione psicologica del lutto, ho pensato di citare un brano tratto dall’opera di Hesse:

“Se la morte sembra attenderci
allunghiamo il nostro passo
non cediamo alle lusinghe di un lento procedere.
Cerchiamo l’incontro.
La morte non è né là né qui.
E’ foglia su tutti i sentieri.
E’ sguardo insolitamente triste se tradiamo la vita”.
H.Hesse

Vivere il dolore
Una delle abilità che permettono all’essere umano di affrontare le difficoltà e di vivere serenamente è quella di tollerare e gestire il dolore mentale. Questa importante capacità si sviluppa grazie a relazioni infantili positive con le figure di riferimento, e viene potenziata nel corso degli anni grazie al continuo confrontarsi con se stessi e con gli altri.
Si sente dire da qualcuno che soffrire fa bene perché tempra il carattere. Questa affermazione è molto discutibile, poiché è umano cercare di attenuare il dolore, quando è evitabile. Quando le esperienze negative sono inevitabili si possono tentare molte strade per alleviare il dolore o addirittura cancellarlo, purtroppo però l’unica via possibile è quella di accettarlo, di renderlo tollerabile. Se ciò non avviene, la persona può adottare modalità dannose (rinchiudersi in se stessa, non accettare la realtà, fingere che nulla sia mai successo, abusare di psicofarmaci o di alcool, etc.) che deteriorano l’autostima, e creano ansia, attacchi di panico, fobie e depressioni.
Vivere il dolore è una capacità che si apprende attraverso le esperienze relazionali, e si presta particolare attenzione ai modi che rendono più tollerabile la sofferenza.
Il dolore mentale deve essere sentito, vissuto e contenuto mentalmente dalla persona che lo sperimenta, poiché è un sano indicatore che il soggetto ha subito una perdita importante nella sua vita. La patologia incomincia laddove, di fronte ad un lutto, la persona per non soffrire elimina il dolore totalmente, cercando di non provare più alcuna emozione. Oppure al contrario, quando un soggetto soccombe di fronte alla sofferenza e non riesce con le sue forze a reagire in modo costruttivo.