Disturbo della personalità

La storia di Anna

Anna ha 45 anni, un marito e un figlio di 29 anni nato da un rapporto con un coetaneo a 16 anni. Viene in consultazione perché il suo rapporto sentimentale con P., un suo collega d’ufficio, che dura da circa vent’anni, è in crisi e lei soffre del fatto che P. stia intrattenendo una relazione con una collega d’ufficio.

A. è l’ultima di quattro figlie di cui la prima ha dieci anni più di lei. Alla mia richiesta di parlarmi dei genitori mi racconta la loro storia definendola un film. Il padre è morto da circa vent’anni all’età di 73 anni. I genitori si conobbero per la corrispondenza che la sorella della madre, suora, aveva con i soldati al fronte. Quando l’uomo di origine sarda incontrò la madre si fidanzò e i due si sposarono nel giro di un anno. Quando A. aveva 8-9 anni lesse sul giornale quello che tutti le nascondevano cioè, il padre aveva un’altra famiglia in Sardegna che lo aveva pianto per disperso in guerra. La notizia portò la bambina in un profondo sconforto per la paura di perdere il padre il quale decise comunque di rimanere a Napoli vicino a loro.

A. descrive la madre come una donna buona e semplice mentre del padre dice di non avere mai stabilito con lui una relazione soddisfacente in quanto non comunicava molto con lei. Racconta di quando il padre la portò con sé una volta e lei dovette aspettare in auto molto tempo. Era convinta che il padre fosse andato a far visita a una donna da come si era preparato e profumato. Di questo ricordo conserva vivida la memoria.

Del marito ne parla come di un uomo paziente, buono e sempre disponibile che vive la vita con semplicità. Ammette che con lui non ha un dialogo. Descrive, invece il figlio come una persona ricca di interessi , studente all’ultimo anno di ingegneria e con buone doti comunicative. E’ con lui che si è confidata circa il suo rapporto con P.

In consultazione parla quasi esclusivamente di quest’uomo. Lo descrive brillante e affascinante, sicuro di sè che utilizza i suoi soldi per sedurre le donne. Ammette che lei si sente ormai vittima di quest’uomo per il quale ha “sprecato” vent’anni della sua vita. Si sente in uno stato di prostrazione perchè non riesce a fare a meno di lui. P. occupa tutti i suoi pensieri e lei si sente trascinata in questo vortice di cui ha paura di non uscirne più. Racconta di averlo visto due giorni prima, di averlo seguito e di avere ascoltato una sua telefonata con una donna. P. non nega dei rapporti con altre donne e la rassicura su un suo presto ritorno a lei. Lei comprende che il suo rapporto con P. oramai non ha più nessuna ragione di trascinarsi ancora e desidera troncare. Ammette di ricevere molto aiuto dalle amiche le quali sono rimaste l’unico suo conforto. “Non ho provato lo stesso dolore nemmeno quando mio figlio, in seguito ad un incidente, si trovava in ospedale in pericolo di vita” ammette con malcelata rassegnazione. Ogni volta che ha una discussione accesa con P. A. soffre di terribili sensi di colpa nei suoi confronti.

A. pensa di lei stessa che si sente annientata da questa situazione e che vorrebbe ritornare ad essere la donna piena di interessi di prima di conoscerlo.

Quando A. racconta della sua esperienza con S., il ragazzo dal quale ebbe D., allora appena adolescenti decisero di scappare via da casa e di non provare nessuna emozione verso i familiari per quella decisione. Di ciò si sorprende. Ammetterà più tardi di essersi preoccupata di dispiacere la sorella maggiore e il marito di questa verso i quali nutriva sentimenti quasi filiali.

Mentre racconta A. mi sembra non coinvolgersi rispetto al figlio. Non racconta spontaneamente episodi della fanciullezza del figlio e non racconta nulla delle sorelle.

A proposito della madre dice di non avere mai ricevuto da lei attenzione per i suoi problemi e la giustifica “perché“, dice, “è una donna tutta dedita all’accudimento dei figli, del marito e della casa e non poteva dedicarle più di tanto”.Della morte del padre non ne parla come non parla delle sue emozioni in quella occasione.

Nel transfert A. si comporta con fiducia e puntualità. Nel primo incontro le definii l’accordo e le condizioni del nostro rapporto: la periodicità, il tempo necessario (qualche mese), la parcella, il tempo delle sedute, la motivazione.

Alla seconda seduta lei esordisce dicendo:” ho capito perché non hai preso i soldi della parcella. “Mi hai messo alla prova pensando che io se non fossi abbastanza motivata non sarei venuta più“. La conclusione del primo incontro è abbastanza brusco. Allo scadere del tempo e alla mia comunicazione che la seduta è conclusa lei rimane sorpresa e mi dice: ” Così…?”. La sua sorpresa e il suo imbarazzo per essersi sentita trattata male fu espresso con sgomento e rassegnazione da una donna regredita ad una condizione infantile che io non riuscii a fare a meno di sentirmi in colpa per tutta la serata.

Una prima ipotesi sulla personalità di A. penso debba comprendere il tipo di attaccamento a figure di riferimento affettive ed in particolare ad ambedue i genitori vissuti come freddi e lontani. A ciò mi rimanda il tono della voce e l’espressione con pochissimo calore. I distacchi di A. sono frequenti e vissuti tutti allo stesso modo. L’ansia di separazione prima nei confronti del padre quando intravedeva la minaccia che fosse ritornato all’altra famiglia, poi quella dal padre quando la portò con lui per andare con un’altra donna e, infine quella da P. Una certa rilevanza mi appare assumere l’immagine di P. agli occhi di A: P. è un uomo ricco che manipola le donne e le attira con regali costosi e sfoggio di lusso. Le donne attirate da quest’uomo rispondono al richiamo del lusso e dello sfarzo. Quali sono le caratteristiche di personalità sensibili a questo elemento di seduzione ? Quale aspetto della storia di A. richiama questo elemento della sua personalità ?

13 luglio

A. arriva in perfetto orario. Le dico che sto leggendo “Istruzioni per rendersi infelici” di P.Watzlawick.

Mi domanda a un certo punto cosa deve fare per uscire da questo suo invischiamento con P. Pausa. E lei dice: “Lo so che devo cercare la risposta dentro di me”. La discussione va sul fatto che mentre lei si apre agli altri e dice le sue cose richiedendo aiuto gli altri “ipocritamente” non si aprono come fa lei. Ripete: “forse sono io debole. Le rinvio la punta di orgoglio che aveva nel dire questo e l’invito a chiarire questa contraddizione. Poi dice: ” A volte mi trovo nella condizione di domandare al primo che passa cosa devo fare? E di raccontargli tutto quello che provo”.

. Le chiedo quali persone le appaiono ipocrite e non parlano di loro. Mi risponde: “P., mio marito, ma non mio figlio, lui si apre con me come faccio io con lui. Lui è come me. Le dico: “Cosa fanno le persone per difendersi ?” Lei comprende che non fa nulla per difendersi.

Le domando:” di cosa hai bisogno ? Risposta:” Di un amore. In amore io do prima di ricevere”. Le dico che io ricevo già la parcella e lei non mi deve dare niente altro. Le dico: tutti noi riceviamo durante l’infanzia e l’adolescenza un bagaglio, un armamentario, uno zaino con gli attrezzi per affrontare la vita” Lei mi dice subito:”Io non ce l’ho”. La informo che la seduta è finita.

16 luglio

 A. arriva e nota che ho un terrazzo (avevo lasciato la persiana aperta perché lei potesse guardare fuori) . Nella mia fantasia permettere che entrasse più luce nella stanza e, contemporaneamente di guardare più in la, fuori dalla stanza voleva riassumere il messaggio che ora c’è più chiarezza nella sua vita.

A. dice che ora si sente meglio. Leggendo il suo diario mi accorgo che stamattina ha incontrato di nuovo P. P. l’ha rassicurata e forse è per questo che lei si sente meglio. Quando gliel’ho riformulato se n’è dispiaciuta. Vorrebbe staccarsi da lui e, dice, che le vacanze contribuiranno a realizzare questo suo “progetto”. Il fatto che non sembra più vittima di una reazione emotiva così lontana dall’essere analizzata mi rassicura. Ora sembra guardare ad una prospettiva più realistica. “Reale” e “realistico” sono parole che usa sempre più. Dallo scritto mi conforta il riferimento alla sua scarsa capacità di valutare le sue esperienze affettive della prima infanzia. Ci riesce e se ne sorprende (quando poco prima mi aveva detto che non ricordava assolutamente nulla di quel periodo) ricordando particolari di quando frequentava la scuola elementare. Racconta della rivalità con una compagna e come questa la colpiva mettendo in evidenza i difetti della sua bambola. Il difetto era che questa aveva le pile nella testa e non nel corpo. Lei ci rimase molto male. Ricorda invece l’amorevole rapporto con la sua maestra di cui riferisce anche il nome.

A. riporta, parlando di P., la sua mancanza di sensibilità e il suo egoismo quando assieme incontrano persone bisognevoli. P. non fa mai l’elemosina mentre lei afferma di avere l’auto piena di oggetti che porta sistematicamente a queste persone, soprattutto donne con bambini piccoli. Anche nei confronti degli animali si prodiga in azioni altruistiche ma poi si accorge che lo fa per lei stessa. Il tema del dare viene visto come una prerogativa di A. Nel momento in cui deve ricevere A. mostra disinteresse se non è fatto come un regalo. Infatti, racconta di avere rifiutato un regalo da P. perché lui glielo aveva presentato come qualcosa che lei si era guadagnato. A. riferisce che accettò il regalo solo quando P. glielo consegnò come tale. Dice poi di non credere comunque nell’autenticità di quell’atto.

A. dice che da bambina non faceva sogni ricorrenti. Ne riporta uno di quando si era appena messa con P. Stava in una barca attorniata da mostri marini e solo con la forza di volontà e senza fare niente altro aveva indotto il mostro ad andare via. Ricorda poi un secondo sogno nel quale il padre si trovava lungo una strada senza fine e la salutava. A questo sogno associa un profondo senso di smarrimento e di paura.

Le chiedo di portarmi per iscritto i sogni che farà.

Il tema dell’abbandono è vissuto da A. in vari contesti e l’immedesimarsi nella sofferenza degli altri attenua il suo senso di colpa soprattutto quando finalmente dona qualcosa agli altri. Questi atti vengono vissuti come un risarcimento a cui A. si sottopone come coazione. Il meccanismo funziona anche nei confronti di P. Infatti lei non riesce a dare a P. quanto vorrebbe perché lui non glielo permette più. L’ansia di separazione si manifesta sottoforma di odio e del desiderio che lui muoia per permetterle di uscire da questa sofferenza. Quando mi ha manifestato questo sentimento si è sentita in un certo imbarazzo. Dal canto mio mi sono sentito di rassicurarla dicendole che questi sentimenti sono normali. Anche ai piccoli capita di desiderare la morte di un genitore ma questo sentimento viene ricacciato nell’inconscio perché non si è in grado di sostenerlo a livello cosciente.

20 luglio

Oggi A. mi dice che ha passato un mercoledì d’inferno. Martedì aveva chiesto a P. di vedersi per una intera giornata. Lui le ha detto che avrebbe preparato la barca per una partenza e che non poteva vederla. Mercoledì A. non facendola più ha seguito l’impulso irrefrenabile a cercarlo. E’ andata a Pozzuoli e lì si è lasciata andare ad una crisi aggressiva nei confronti di P. Ne è uscita distrutta. Ha profonda vergogna al punto che non sarebbe voluta venire all’ incontro con me.

Le ho intimato di non fare più simili cose altrimenti non avrei potuto più tenerla in terapia. La sua è stata una manifestazione inconsulta. Lei stessa ammette che in quei momenti si sentiva scissa e la parte di sé che non riusciva più a controllare ha preso il sopravvento. Quando le ho detto che queste sono manifestazione di perdita di coscienza come nelle psicosi le ho detto anche che in questi casi sarebbe necessario che la inviassi da un collega psichiatra per una cura con i farmaci lei è scoppiata a piangere.

A proposito del fatto che a lei piace mangiare con una tavola ben apparecchiata anche quando mangia da sola le ho fatto notare che anche a cura personale lei risulta meticolosa nello scegliere gli accessori da indossare. A questo proposito le ho proposto che da lunedì prossimo una volta che ha scelto tutti gli accessori se ne toglierà uno e immaginerà che quel disordine sopportabile per quella mancanza sarà compensata da un oggetto interno regolatore che l’aiuterà a non lasciarsi andare a manifestazioni disordinate.

Le ho inoltre intimato di rispettare gli accordi e di scrivere sempre il diario.

23 luglio

Oggi A. mi ha raccontato che dopo aver visto P. si è sentita bene per quasi tutto il giorno successivo (domenica). Approfondendo la cosa abbiamo trovato che lei ha ricercato quell’incontro per avere l’ennesima rassicurazione da lui. ” Non mi ha mai detto che mi lasciava. Sono io a dirgli di continuo che lo voglio lasciare perché sono stufa”.

1. mi ha raccontato, su mia richiesta, l’esperienza dell’ultima volta che si sono lasciati. Lei, dopo averli visti assieme e fatta una scenata, decise di staccarsi da lui. A poco a poco riuscì nel suo intento. L’immagine di lui venne via via sbiadita. Lui non reagì con impeto alla sua andata. Solo dopo circa un anno e mezzo ritornò da lei ma lei appariva forte e decisa. A. vive adesso quei momenti di quando era lei a dettare le condizioni e si sentiva in grado di gestire la situazione. Adesso, dice che è perché esiste l’altra che non riesce a risolverla. Abbiamo assieme verificato che quando lei appare sottoforma dominante è vincente in quanto riesce a vivere anche altri interessi al di fuori del rapporto con lui.

Dice di sentirsi meglio ma io le rimando che ancora una volta sarà per poco. L’importante è di non lasciare che i nostri incontri vengano completamente impegnati a parlare di questa situazione.

Oggi mi sono un pò dilungato a spiegarle che questa realtà è una delle realtà possibili e che io desidero che lei guardi al mondo intorno a sé con maggiore attenzione mentre lei mi chiede spesso come fare per uscire da questa situazione di dipendenza. Le dico che lei mi aveva prospettato una strategia e che non vorrei che questa strategia si basasse unicamente nell’aspettare che il periodo delle vacanze le faccia dimenticare P. Mi immagino qualcosa che lei compia attivamente. Una di queste è quella di osservare più attentamente ciò che accade nell’interazione con me.

A questo proposito le suggerisco di fare come faccio io che, dopo che lei se ne è andata rimango a fare mente locale su quanto ci siamo detto e scambiato. Le dico ancora di badare, durante le vacanze a scrivere le cose rilevanti cioè tutto quello che si riferisce a come percepisce le cose e le situazioni senza lasciarsi andare a reazioni immeditate.

A un certo punto della seduta A. mi dice che, quando si è lasciata andare alla telefonata a P. di sabato scorso ha pensato che quello che le avevo detto a proposito della psicopatologia l’ho detto solo per impaurirla. Ancora una volta la pulsione ad agire contro la sua volontà ha avuto la meglio. Questa volta l’ha giustificata invalidando quanto le avevo detto.

Ho avuto la sensazione che stessimo perdendo tempo e che l’avere messo in dubbio la mia prospettiva mi facesse perdere qualcosa di me. L’irritazione nei suoi confronti l’ho manifestata con l’esortazione ad essere più attenta ai miei stati d’animo.

Anch’io ho bisogno di un riconoscimento del mio valore ma non vorrei che questa relazione fosse vissuta come una lotta per il potere. Mi propongo di non entrare più come ho fatto oggi nella logica di darle dei consigli cadendo così nel meccanismo di esaurire la nostra relazione entro un quadro di aiuto momentaneo senza tenere conto del quadro più generale dei meccanismi di attaccamento che A. mette in atto anche con me.

Non mi ha riferito del tentativo di non indossare un accessorio come le avevo proposto, Presumo che non l’abbia fatto. A. non sta facendo quasi nulla di quanto le avevo chiesto.

Oggi le ho anche detto che le persone che hanno potere in genere ridono. Lei mi ha risposto subito che la sua rivale con P. ride spesso mentre lei sta quasi sempre affranta. Mi ha anche detto che ha ricevuto un mazzo di rose da un ammiratore anonimo e che lei ha vissuto questo fatto quasi con fastidio. “Anche le mie amiche mi hanno detto di farlo ingelosire per esempio uscendo con altri uomini….Io ho provato…Non mi interessano.” Ho percepito nettamente in lei, nell’atto in cui ha detto “ho provato”, un senso di vergogna. A. si è posto il problema della moralità di questo atto nei miei confronti. Infatti ha voluto coprire subito questa affermazione che le è sfuggita con tante parole senza però correggersi immediatamente. Subito dopo si è profusa in affermazioni riguardanti il marito: “se proprio mi devo dedicare a qualcun altro mi dedico a mio marito!”