CURARE IL TRAUMA PSICHICO CON L’IPNOSI

 

 

 

 

 

 

E’ stata comprovata l’esistenza di casi di traumi psichici al di là di ogni dubbio,
eppure insistentemente negati dalle vittime che affermavano di non essere
in grado di ricordare assolutamente nulla dei fatti. Altre volte il trauma
conseguente a un evento luttuoso o catastrofico si manifesta con crisi di panico,
depersonalizzazione, de realizzazione e personalità multipla.
Con l’ipnosi regressiva è possibile rievocare ricordi sepolti da lungo tempo e
nascosti dall’inconscio per difendere il Sé del bambino o dell’adulto che ha
subito il trauma.  Il bambino o l’adolescente, oppure l’adulto vittima, mette
in atto delle difese naturali che lo preservano momentaneamente da una
profonda destabilizzazione conseguente al fatto traumatico.
Il materiale inconscio può riemergere anche spontaneamente in seguito
ad esperienze salienti. Con l’ipnosi regressiva la persona è in grado di effettuare
questa operazione dal momento che si sente nelle migliori condizioni perché i
contenuti nascosti possano riemergere senza provocare ulteriori danni e senza
la paura di autodistruggersi in quanto immerso in un ambiente oltremodo rassicurante.
Freud deduceva che tra conscio e inconscio esistesse un netto divario e per
questo pensava a una barriera che aveva lo scopo di salvaguardare la coscienza
dai contenuti inconsci, da lui definiti regressivi in quanto, essendo da lui assimilati
al pensiero onirico, esprimevano un funzionamento mentale più primitivo. Breuer
invece riteneva che occorresse chiamare in causa anche il fenomeno della autoipnosi:
secondo lui, era questa a creare un’area ipnoide dalla quale riaffluivano le idee emarginate.
Breuer pensava che l’esperienza traumatica fosse tenuta in vita non tanto da un suo
stazionamento nell’inconscio dovuto all’inammissibilità alla coscienza, quanto piuttosto
da uno stato di autoipnosi che, obnubilando i poteri percettivi, impediva un pieno
rapporto con la realtà, togliendo quindi al soggetto il mezzo più efficace per
contrastare le idee responsabili della conversione.  Oggi noi rapportiamo questi
fenomeni con i gradienti evolutivi, e più in generale con le capacità mnemoniche
del bambino piccolo a confronto dell’adulto. Le migliori opportunità ci sono venute
dagli studi cognitivi e neurobiologici, che ci hanno consentito una maggiore
conoscenza sul funzionamento della memoria e sulle risposte che si vengono a
produrre in condizioni di stress.

Nella teoria dei Modelli Operativi Interni proposta da Bowlby se, ad esempio,
il bambino assiste ripetutamente a scene di un padre che rientra la sera ubriaco
e che picchia la madre - scene che vengono raccolte dalla memoria implicita,
episodica - ma, altrettanto ripetutamente, ascolta una madre che non fa che
parlargli di un padre che la sera è stanco perché lavora tutto il giorno per il bene
della famiglia - ciò che fa capo alla memoria esplicita, semantica - allora nel bambino
saranno operativi due modelli, dei quali prevarrà, perché più funzionale alla
sopravvivenza, quello semantico, mentre l’altro resterà silente fin tanto che
non si presenteranno delle scene categorizzabili come simili a quelle della
memoria episodica. In circostanze del genere le memorie disattivate
guadagneranno il controllo della coscienza e potranno avviare un
comportamento analogo a quello della dissociazione di cui parlavano
Janet e Breuer. 
Il bambino che reagisce al messaggio ambiguo del genitore abusante
con una sorta di congelamento (freezing) riproduce le condizioni
interne dell’autoipnosi.
Con questo modello possiamo ancora dar ragione a Breuer e a Janet.
Il crollo della strategia comportamentale è in questi casi da attribuirsi
all’impossibilità di conciliare la ricerca di protezione da quella figura,
con la paura che essa nello stesso tempo pure evoca.
La paura evocata è a sua volta spiegabile in base ai comportamenti
oggettivamente minacciosi o incoerenti, di cui la madre non si accorge.
Da quanto sopra, sembra che le due teorie siano entrambe validi se
considerate in contesti diversi.
Ciò che è rilevante per il nostro tema è la frequente constatazione
con cui, in queste situazioni per lui impossibili a essere affrontate,
trancee di autoipnosi. Ancora più rilevante è la considerazione che
iderazione che sembra confermata dall’elevata frequenza con cui le
persone affette da disturbi dissociativi, presentano nella loro anamnesi
madri con problemi di lutto irrisolto o con comportamenti d’accudimento
molto contraddittori.

Se, perché assente, o indisponibile in quanto a sua volta in preda a paura,
la figura d’attaccamento non può garantire la sicurezza, allora si attiva un’altra
catena di reazioni, che c
omprende il parasimpatico e il reclutamento delle endorfine, che allontanano
il pericolo attraverso un ottundimento della risposta e una preparazione alla resa.
L’esito è l’immobilizzazione - il terrore - che può giungere allo svenimento,
per la contemporanea azione adrenergica e colinergica, distacco dall’evento,
restringimento di coscienza e difetto d’appartenenza al Sé dell’esperienza in corso,
vale a dire la serie dei fenomeni di tipo dissociativo

La migliore conoscenza neurobiologica di queste risposte ci consente
di dare un senso a certi errori di valutazione che di esse usualmente
dà il senso comune. Così è per quelli commessi dai genitori che,
alla scarsa reazione manifestata dal bambino a un violento spettacolo
a cui ha assistito, ritengono, tranquillizzandosi, che "fortunatamente
non si è accorto di niente" - salvo poi a dover costatare i suoi frequenti
risvegli durante le notti successive. Ad analoghe considerazioni si prestano
i superficiali giudizi spesso pronunciati sul conto delle vittime di un’aggressione
sessuale che vi hanno reagito con la sequenza dissociativa descritta, dove quella
che una volta era chiamata la "bella indifferenza" viene erroneamente,
e colpevolmente, scambiata come segno di parziale consenso. 
Gli esempi menzionati possono dare un’idea dell’ampliamento di prospettive
che si apre una volta che vengono a integrarsi le conoscenze che affluiscono
da queste diverse aree di ricerca. La maggiore attenzione rivolta alle sequele
traumatiche, munita di queste conoscenze, ci potrà inoltre aiutare,
in un futuro lontano, a spiegare come mai vi sia tanta somiglianza tra i quadri
psicopatologici presentati da chi ha precedenti traumatici accertati -
comportamenti impulsivi,
tendenze suicidarie, relazioni interpersonali intense quanto instabili,
sentimenti di vuoto -
e quelli di molti disturbi di personalità. Questa somiglianza, che è poi
alla base della problematica della "sindrome da falso ricordo", potrà
apparire meno misteriosa una volta che vengono ampliati i criteri di
valutazione del trauma psichico.