Domande & Risposte

Effetti della censura operata dall’inconscio

Riporta Vincenzo Punzo nel suo Blog: “Qualche tempo fa ho descritto in breve la mia storia di pornodipendente con specifico riferimento ad un fatto: Ho raccontato di essere caduto nella pornodipendenza almeno dal 2001. Però nel 2003 sono andato a lavorare a Londra per circa sei mesi. A Londra in ufficio avevo il pc davanti agli occhi per tutta la giornata ma, a differenza che qui a Milano, non ero mai solo nella stanza e non potevo navigare senza essere visto. Per sei mesi non sono andato sui siti porno e mi sono quasi scordato del mio problema, ma una volta tornato a Milano sono tornato da un giorno all’altro esattamente nella stessa situazione in cui ero quando sono partito.
Questa mia esperienza ha ricevuto interessanti commenti: alcuni hanno sottolineato come la mia fosse una astinenza necessaria dal porno, per cui non è paragonabile all’astinenza volontaria. E’ vero che la mia astinenza dal porno è stata involontaria, ma solo fino ad un certo punto, e questo mi fa riflettere sulla strana natura della dipendenza: quando ero lì, se proprio il bisogno di porno fosse stato irrefrenabile, avrei potuto comprarmi con quattro soldi un lettore DVD ed entrare in uno dei molti sexy shop pieni di film porno in vendita che ci sono da quelle parti. Invece no, non l’ho fatto e non ho dovuto sforzarmi per non farlo. E’ bastato un piccolo ostacolo alla fruizione del porno per risolvere – ahimé non definitivamente – il mio problema.”.

La descrizione dell’esperienza dell’autore di “Io pornodipendente”, ci da l’opportunità di aprire un argomento di un certo interesse. L’aspetto paradossale di un fenomeno come quello del presentarsi e dello scomparire di sintomi nevrotici ossessivo-compulsivi in contesti diversi richiama alcune ricerche in ambito psicologico. Sotto il profilo psicoterapeutico alcune esperienze richiamano l’effetto della censura operata dall’inconscio in contesti differenti da quello dove è avvenuto il trauma e si consumano gli effetti psicopatologici.
L’esperienza appena descritta appare in tutta la sua natura enigmatica e paradossale. Una compulsione è l’ossessivo ricorso ad un comportamento stereotipato che verosimilmente viene invece messo in atto contro la stessa volontà. L’individuo appare scisso in due parti: una che sottostà al comportamento compulsivo e l’altra che reputa tale comportamento insensato e disdicevole. Entrambe le parti convivono o, almeno, sebbene in presenza di una dell’altra, mostrano la loro impotenza reciproca perciò nessuna delle due riesce ad influenzare l’altra.
E’ su per giù quello che accade alle persone che si trovano in ipnosi vigile(*). Si tratta di uno stato psicologico in cui la mente è momentaneamente e apparentemente scissa in una parte che risponde ad un comando (quello dell’operatore) e un’altra che osserva (l’osservatore nascosto di Hillgard). Alla fine della condizione la persona che ha ripreso l’unità ricorda ogni cosa ed ha la sensazione che avrebbe potuto uscire in qualsiasi momento da quella condizione ma pensava che non ne valesse la pena. Intanto rispondeva con i comportamenti e i pensieri adeguati alla procedura per il raggiungimento di obiettivi positivi.
Lasciatemi passare il paragone ma sembrano riprodurre i comportamenti di due persone diverse e in presenza una dell’altra, una che è adulta e mantiene il comportamento coerentemente legato alla morale mentre l’altra -immatura- che non ci riesce per qualche limite.
Se mi consentite di continuare con la metafora potrei azzardare che una metà rappresenta il genitore normativo e autoritario e l’altra il figlio piccolo. Il genitore mette la norma e il bambino la trasgredisce.
A cosa mi serve questa metafora che può sembrare una forzatura? A raffigurarci la presenza nello stesso individuo di due istanze a volte contrapposte. La vita di queste due entità rimane unita e non lascia trapelare contraddizione se non in certe condizioni o stati limite. A questo punto vi prego di pazientare e continuare nella lettura.
Se non l’avete mai vissuto immagino che almeno l’abbiate assistito nei comportamenti dei bambini. Il fenomeno lo chiamerei:”Adesso che posso…” per descrivere anche una vicenda interiore spesso inspiegabile anche dal bambino che la vive e che richiama situazioni in cui al bambino si da finalmente il permesso di fare una certa cosa, di ottenere una autorizzazione che prima gli veniva negata.
Quando vi è stata lasciata la libertà di fare, per esempio, di fumare, l’impulso che fino a quel momento sembrava irresistibile smette per incanto la sua potenza e passa la voglia di fumare; quando al giovane viene concesso di uscire la sera dopo tanti dinieghi sente immediatamente l’impulso a non sapere cosa fare e smette di desiderarlo seppure per poco.
Da ragazzo non vedevo l’ora di diventare maggiorenne così sarei finalmente andato a vedere spettacoli proibiti ai minori, ma quando compii la maggiore età non ho mai più pensato che questo sarebbe stato il mio desiderio più importante. Chi fa l’insegnante può certamente riportare quanto spesso abbiamo visto fare nei film. Bambini cosiddetti difficili protestano perché vogliono uscire per andare al bagno ma una volta ottenuto il permesso non sentono più il desiderio di fare la pipì.
L’esperienza raccontata da Punzo potrebbe essere annoverata tra tutti questi esempi descritti che rappresenterebbero tutti lo stesso fenomeno inconscio. Farebbe parte di questo vissuto interiore difficilmente decifrabile ma di cui ciascuno di noi forse ne ha fatto esperienza diretta almeno una volta nella vita. Allora potremmo dare il nome completo al fenomeno chiamandolo “adesso che posso non lo voglio più” e dovrebbe tratteggiare la differenza tra desiderio e bisogno. Il desiderio non è sempre naturale e vero e talvolta riproduce qualcosa che attiene alla rappresentazione del desiderio. Cioè, noi possiamo desiderare qualcosa di cui non sentiamo veramente il bisogno. Se ho fame mangio, ma se la fame è qualcosa che mi viene perché non avendo altro da fare e per l’ansia che mi da la noia, penso che devo mangiare, facendolo, anche in modo compulsivo, decisamente ho un problema la cui conseguenza più immediata è che ingrasserò.
Potrebbero venire in mente altri esempi ma credo che il fenomeno che ho descritto con il nome adesso che posso non lo voglio più può spiegare la natura del diniego come effetto di un divieto o censura.
Quando l’autorità esercitata sul bambino non viene ad assumere connotati di legittimità, ogni esercizio di questa appare come un potere esercitato contro di lui. Il bambino per contrastare e opporsi manifesta il suo odio e il suo disprezzo anche con richieste contraddittorie che tendono a mettere in difficoltà la figura percepita autoritaria e oppressiva per cui mette in atto e chiede che vengano appagati desideri che non sono proprio dei bisogni.
L’esito psicologico di questo rapporto vissuto come una sofferenza genera un disagio che avrà di certo delle ripercussione e si riverbera nella vita e nella crescita equilibrata del bambino. La contrapposizione in una situazione di inferiorità percepita anche come posizione abusante genera inquietudine e odio e può legittimare la rappresentazione di un mondo di adulti che sopraffanno i piccoli. Probabilmente l’origine di un sentimento di supremazia e di rivalsa avrà la meglio su quelli di fiducia e di rispetto.