Auto terapia Comunicazione impara la psicologia

La mia idea di psicoterapia

Prima di ogni azione, di ogni comportamento, c’è un pensiero. Quando l’azione o il comportamento portano ad un risultato non atteso o non voluto vuol dire che pensiero ed azione non sono in accordo, non sono in armonia. Cosa si fa in questi casi; cosa avviene dentro di noi?
Porterò numerosi esempi per spiegare questo.
Se non ci sentiamo compresi oppure non riusciamo a studiare come vorremmo o non riusciamo ad essere persuasivi o ci sentiamo molto spesso in difficoltà emotive, allora c’è scompenso tra il pensiero e l’azione. Le aspettative su noi stessi e sui risultati delle nostre azioni o iniziative vengono deluse. Rimaniamo turbati, confusi, nervosi. Non ci sentiamo compresi e reagiamo in vari modi e forme. In origine questo scompenso non c’era e nello stato naturale non si verificano conseguenze gravi. Anzi, le frustrazioni aiutano all’adattamento migliore nella società.
Il nostro stesso modo di percepire gli altri e il mondo viene distorto dall’educazione sbagliata, dal cattivo esempio, dai pregiudizi, da certe condizioni di stress oppure da cattive abitudini di pensiero che ci costringono a fingere di essere altro da quello che siamo. Di conseguenza, lo sviluppo di un falso sè porta ad assumere stati e condizioni particolarmente penosi. La volontà vi può apparire fiacca, quasi coartata, come presa da qualcun’altro.
Per quanto riuscite ad essere convinti di una cosa non siete in grado di praticarla o a portare a termine un comportamento o un compito che ritenete facile o giusto. Nei casi più difficili vi sembra di essere in possesso di una forza esterna che vi costringe a non fare quello che nelle intenzioni sembra la cosa giusta e che ritenete anche a portata di mano.

Si può perdere il potere su di sè fino a umiliarsi in una dipendenza dalla quale si pensa di non riuscire più a liberarsi come da certi automatismi quali la dipendenza da sostanze, dal fumo, dall’alcool, dal gioco d’azzardo, da internet, da una persona o dal sesso o da una paura che ritenete ingiustificata.
Alcune persone si dicono sempre: “se solo riuscissi a prendere l’iniziativa…” e continuano a mortificarsi in un angolo. Il giudizio che si danno queste persone è molto severo. In realtà è tanto più severo quanto più alte sono state le loro aspettative su di sè. Per non soffrire più, rinunciano. Questo errore si può ripetere per tutta la vita.
Tutto ciò è pensato da una mente a cui nessuno può avere accesso tranne che il diretto interessato, cioè il possessore. Possiamo dedurre i pensieri cioè i contenuti che esprime la mente, solo dai comportamenti. A volte nemmeno il possessore sa perchè di certi suoi comportamenti. In questi casi ci si rivolge all’esperto o/e ci si mette a studiare.

La mente c’è Sull’esistenza della mente possiamo avere solo prove indirette, quindi. Un pò come avviene per l’atomo. Non l’abbiamo mai vista nè conosciamo il rapporto tra la mente e il suo organo: il cervello. Possiamo fare delle ipotesi su cosa pensano le persone ma non possiamo condensare i pensieri in qualcosa di materiale. Al limite possiamo avere dimostrazione della sua esistenza in base alle colorazioni che la PET (Tomografia a Emissione di Positroni) ci da sulle areee attive del cervello in certi momenti, in base a quello che pensiamo ma solo quando si attivano certe emozioni.
Come spesso avviene nelle scienze mediche, per riconoscere il funzionamento del cervello ci si serve delle sue alterazioni. L’esame dei disturbi conseguenze di lesioni cerebrali o condizioni particolari come l’assenza di stimoli in ambienti di forte deprivazione. Gli esami delle onde elettriche rilevate dalla calotta cranica o le indagini PET o di tomografia funzionale (fMRI), ci aiutano a formulare teorie sulle aree cerebrali interessate e sul funzionamento generale o specifico della mente.
La teoria della mente attribuisce degli stati mentali agli altri. Se una persona sta male ce ne accorgiamo ma anche se quella persona è felice, se ha ottenuto un importante riconoscimento, è stata abbandonata, si sente in colpa o gli è stato da poco raccontata una barzelletta. Noi in questo modo attribuiamo uno stato mentale e facciamo delle considerazioni circa l’origine di quegli stati cioè il pensiero che li ha generati. Facciamo questo costantemente indipendentemente da spiegarli, usarli o giustificarli.
Come gli scienziati noi siamo pronti a modificare la nostra teoria degli stati mentali altrui quando abbiamo una evidenza diversa. Siamo pronti a correggerci o a confermarli.
Il pianto esprime solitamente il dolore, il riso la felicità e via di questo passo. Siamo sempre più bravi ad eseguire questo compito che può certamente mettere a disagio qualcuno oppure aiutarlo. Dipende da cosa facciamo di queste capacità e di quanto esse stesse incidono sulle scelte che facciamo.
Quando ci ostacolano nella normale interazione avremo bisogno di modificare il nostro modo di attribuire agli altri gli stati d’animo che gli attribuiamo ma soprattutto, l’origine che scegliamo per quelli stati d’animo.
Mettiamo ad esempio, che agiamo sulla base di meccanismi difensivi come la proiezione, allora ciò determina in noi qualche problema di significato e di attribuzione in quanto sentiamo di dover reagire in prima persone per dare una risposta.
Indubbiamente gli stati mentali degli altri non possono essere osservati direttamente. Quello che osserviamo è l’aspetto esteriore ovvero, le emozioni che deducono i sentimenti e gli stati d’animo e non i pensieri, quelli dobbiamo necessariamente inferirli, dedurli, cioè, sulla base di una serie di leggi causali che uniscono le nostre percezioni, i desideri e le credenze, le decisioni e le azioni.
Una dimostrazione di come è possibile cambiare il proprio atteggiamento mentale ci viene dagli studi di Damasio e in particolare della prova che è possibile agire sulle persone per indurre in loro comportamenti compassionevoli e di ammirazione in quanto sostenuti dall’esempio e premiati dalla società*.
Alla teoria della mente si oppone la teoria della simulazione secondo la quale noi comprendiamo gli stati mentali altrui facendo letteralmente finta di essere nei loro panni. La finzione di mettersi nei panni altrui è un processo cognitivo, per cui simuliamo direttamente e in maniera del tutto inconscia, ciò che le altre persone fanno. Questa teoria ha preso il sopravvento alla teoria della mente dalla scoperta dei neuroni specchio e della possibilità che essi danno di intuire le intenzioni delle persone.

L‘introspezione
Tutte le nostre percezioni attuali sono aperte alla discussione e alla riconsiderazione. Persino gli accadimenti più ovvi della vita quotidiana potrebbero rivelarsi totalmente trasformati se fossimo sufficientemente inventivi da costruirli in maniera diversa.
Il metodo di gran lunga più antico e diffuso per studiare la mente è quello di analizzare il pensiero e gli stati d’animo mediante l’introspezione. Dalle valutazioni che facciamo su noi stessi e che i filosofi e gli psicologi hanno catalogato, riportato e studiato si sono elaborate condizioni della mente e stati della mente il più importante dei quali è la condizione di coscienza.
Ma la mente ha attratto interesse soprattutto dai cognitivisti, psicologi che hanno ritenuto trascurare molti altri ambiti quali le percezioni, le emozioni e la coscienza per studiare il pensiero e l’intelligenza.
La psicologia cognitiva è una branca della psicologia che ha come obiettivo “lo studio dei processi mediante i quali le informazioni vengono acquisite dal sistema cognitivo (la mente), trasformate, elaborate, archiviate, e recuperate.” (Sanavio).
Noi sappiamo che l’organo della mente è il cervello; da esso vengono prodotti il pensiero, la cognizione, ma come fa il cervello a costruire una mente? E come la mente viene dotata di coscienza? Sono domande a cui non si è data ancora una risposta e intorno alle quali la ricerca sta facendo passi da gigante.(Vedi gli scritti dei moderni neuroscienziati come A. Damasio, J. LeDoux, M. Iacoboni e riportati in questo libro).

Il punto cruciale per il cambiamento
Da un punto di vista molto più pratico e lasciando alla ricerca neuropsicologica la risposta ai quesiti formulati sull’origine della mente e della coscienza, ci domandiamo qual’è la reale possibilità di cambiamento offerta dalle attuali concezioni.
Secondo il nostro punto di vista il punto cruciale per il cambiamento non è “il potere del pensiero positivo”, come fischiare un allegro motivetto o declamare banalità, oppure partecipare ai corsi di autostima per diventare leader e venditori di successo, ma analizzare cosa pensi quando fallisci e quanto sai usare forme alternative al pensiero negativo.
Ad esempio, come fare per imparare a cambiare i pensieri distruttivi che rivolgi a te stesso quando fai esperienza di una delle avversità e la superi come afferma uno degli studiosi del pensiero Martin Seligman.
Una esperienza di successo può allora diventare il prototipo di tutte quelle successive.
Un contributo prezioso al cambiamento consiste nell’imparare a riconoscere il pensiero che ha dato luogo all’emozione che si sta vivendo in quel preciso momento.

Cambiare il pensiero 
Consiste nell’imparare a riconoscere dapprima, e successivamente a sostituire, i pensieri automatici, le credenze che siete abituati a pensare. Avete capito bene. I pensieri possono essere cambiati, anche quelli più radicati e che sono responsabili di alcuni modi di essere e di apparire agli altri.
Se date uno sguardo all’indietro ed esaminate voi stessi potrete (come sarà certamente accaduto già) rendervi conto di quanto sto asserendo. Non è tutto. I pensieri sono anche all’origine di come vi sentite, cioè di come vivete i vostri stati emotivi.
Siete tipi molto impulsivi? Arrivate subito alle conclusioni e non avete molta pazienza? Vi sentite facilmente vittime degli altri e siete proccupati del loro giudizio? Vi sentite poco inclini a mettervi nei panni di un altro e vi riconoscete alcune rigidità o inflessibilità? Ognuna di queste difficoltà ha una origine riconosciuta nel vostro modo di affrontare le questioni. Fanno parte di consolidate abitudini a pensare in un certo modo e sono immediatamente rilevabili anche in relazione ai contesti in cui li avete vissuti e avete agito e sono alla base dei vostri comportamenti e stati d’animo.

Pensiero e comportamento
La particolarità consiste che voi non riuscite a riconoscere nel pensiero l’origine del comportamento. Avete qualche difficoltà a riconoscere che se viene cambiato il pensiero si cambia anche il comportamento. Oppure dal punto di vista razionale ne siete persuasi ma i vostri comportamenti sono ancora molto dipendenti da quelle abitudini che voi volete cambiare ma non sapete come fare. Spesso sono saldamente legati alla ideologia ovvero allo strumento (leggi pretesto) che si oppone ad alcuni cambiamenti che proprio per questo ostacolo non riuscite a fare.
Ebbene, un modo per affrontare il cambiamento consiste nel riconoscere in primo luogo la possibilità di mettersi dal punto di vista dell’altro; riconoscere che da quel punto di osservazione la realtà assume una configurazione diversa. E’ solo un caso dovuto all’esperienza diversa rispetto a quella persona che io “vedo” cose diverse.
Riconoscere che siamo diversi e ciononostante simili, non esclude che siamo disposti a riconoscere a ciascuno la propria unicità, la propria irripetibilità. L’uguaglianza degli esseri umani attribuisce a ciascuno una identità e una diversità assieme. Di questo se ne avvantaggia la psicologia che dedica al pensiero una importanza fondamentale. Alla psicologia relazionale l’importanza della relazione e alla teoria dello strutturalismo il pregio di riconoscere a ciascuno di noi una struttura cognitiva formatasi nel corso del tempo in seguito al contributo della natura e della cultura in condizioni uniche, essenziali e irripetibili.
Per queste ragioni il contributo del caso, inteso come casualità, è imprescindibile.
Le persone che hanno deciso di cambiare possono scegliere di spostarsi, modificare alcune abitudini, affidarsi a qualcuno più saggio, diventare più onesti e leali e altre innumerevoli opportunità offerte. Altre, invece, continuano a lasciarsi travolgere dagli eventi della vita.
Uno dei mezzi per cambiare se stessi dall’interno consiste di studiare e affidarsi alla teoria e alla prassi richiamate dalla scienza psicologica e in particolare a quelle della psicologia cognitiva e relazionale. Ci sono però anche altri metodi o modelli che affiancano la teoria della mente per cambiare certe cattive abitudini che procurano dipendenze e ansia patologica.

Volontà e immaginazione
Quando ci sono in gioco questioni che coinvolgono la volontà allora prendiamo in considerazione una forza che quando si contrappone ad essa ne è sempre uscita vittoriosa: si tratta della forza dell’immaginazione. Il nostro pensiero allora non ha bisogno di essere cambiato in quanto c’è una forza che per la sua natura inconscia, cioè al di fuori del pensiero razionale, agisce per sostituirla. Vedremo più avanti che il principio di Couè risponde a questi scopi.
Anche per le emozioni assistiamo a uno scenario diverso rispetto a prima.

Il ruolo delle emozioni
Dal punto di vista della psicologia cognitiva l’emozione viene considerata un programma d’azione che modifica lo stato del corpo. Non appena si sviluppa una emozione avvengono una serie di cambiamenti specifici. Questi cambiamenti definiscono i sentimenti delle emozioni essendo questi “le percezioni di quello che il nostro corpo fa mentre l’emozione è in corso, unite alla percezione del nostro stato mentale in quel medesimo lasso di tempo”.
Secondo le parole di Antonio Damasio -uno dei più importanti scienziati del campo e profondo conoscitore dei meccanismi della mente- “Le emozioni sono azioni accompagnate da idee e da particolari modalità di pensiero. Hanno luogo quando le immagini elaborate dal cervello attivano un certo numero di regioni – per esempio l’amigdala o particolari regioni della corteccia del lobo frontale in grado di innescarle. L’innesco di queste regioni determina la secrezione di alcune molecole (nel caso della paura per esempio, il cortisolo) nel sangue e nel cervello determinando effetti sul corpo come l’immobilità, la fuga, la contrazione muscolare o dell’intestino) e una certa espressione. Affiorano alla mente anche idee e piani d’azione sia negativi che positivi in base al tipo di emozione provata.”
Rimane da stabilire il ruolo delle emozioni nell’attivazione di certi pensieri e il loro rapporto reciproco.
Vedrete che la cosa vi apparirà più chiara a mano a mano che andremo avanti nel nostro discorso. Ce ne occuperemo tra poco.
Vediamo ora, un pò più da vicino i principali metodi della psicologia cognitivista e relazionale.

Costruire relazioni

Il concetto “Relazionale” viene fuori dalla integrazione della teoria cognitiva con quella costruttivista la quale considera il sapere come qualcosa che non può essere ricevuto in modo passivo dal soggetto, ma che risulta dalla relazione fra un soggetto attivo e la realtà.
Secondo Watzlawick, il fondatore della Pragmatica della Comunicazione Umana, le forme psicopatologiche non originano nell’individuo isolato ma nel tipo di comunicazione che si instaura tra gli individui.
“La realtà in quanto oggetto della nostra conoscenza sarebbe dunque creata dal nostro continuo “fare esperienza” di essa. La determiniamo dal modo, dai mezzi, dalla nostra disposizione nell’osservarla, conoscerla e comunicarla. Si forma nei processi d’interazione ed attraverso l’attribuzione di significati alla nostra esperienza”.
Per lo psicologo costruttivista (dalla teoria di Kelly dei Costrutti personali) “la “costruzione” si poggia su mappe cognitive che servono agli individui per orientarsi e costruire le proprie interpretazioni. Il costrutto è l’unità elementare di discriminazione attraverso la quale si attua il processo di costruzione.
In sostanza, ciascun individuo costruisce una sua “mappa di significati” personali, che gli consentono di vivere in quello che ciascuno sperimenta come il suo mondo. E’ ovvio pertanto, che ciascuno si esprime in termini di personale visione del mondo e individua una sua specifica realtà. Tale realtà è temporanea ma non per questo indifferente o poco importante. E’ importantissima per ognuno. In questo processo di costruzione viene inserito il mondo sociale nel quale si vive e del quale si condividono i significati.
I terapeuti cognitivo – relazionali si ispirano principalmente alla teoria cognitiva e a quella costruttivista e relazionale, lavorando sul duplice livello della struttura del sintomo (problemi manifesti) e dello schema sottostante (strutture dedotte).[VF Guidano].

Gli Schemi      
Sentimenti e condotta disfunzionali sono in gran parte dovuti a certi schemi individuali tendenti a produrre, costantemente, idee pregiudiziali, oltre che una tendenza a fare errori di significato in determinate situazioni.
Per quanto gli schemi del paziente e l’obiettivo del cambiamento terapeutico siano i fattori in esame, il terapeuta stabilisce con il paziente e sviluppa la fiducia come figura-guida e tratta sia i sintomi che lo schema che organizzano il comportamento.[Guidano].
Dal livello di congruenza che si stabilisce tra le aspettative del paziente, relative agli obiettivi terapeutici, e quelli del terapeuta, dipende l’efficacia dell’intervento.
Pertanto, la psicoterapia che si basa su questi presupposti non può non attribuire alla interazione comunicativa una importanza strategica. [Nardone].
Quando l’interazione verbale assume anche valenza di comunicazione simbolica i risultati del cambiamento possono essere sorprendenti. Al punto che possiamo affermare con Watzlawick che: “Sulla base di una interazione simbolica,… si genera un risultato assolutamente concreto”. Se la nostra psiche è in grado di farci ammalare fisicamente…deve essere possibile usare questo stesso linguaggio mettendolo al servizio della salute.”.[Watzlawick].